Porto Vecchio – Romanzo di Eleonora Davide
Recensione di Maria Teresa De Donato
Dopo Il Fiore del Carso e la successiva pausa dei romanzi storici ambientati in Irpinia e nel Regno di Napoli, Eleonora
Davide torna in Friuli Venezia Giulia, terra originaria del suo ramo paterno.
Il richiamo delle sue radici è potente. Eleonora vuole capire, vuole
sapere, vuole scoprire cosa sia realmente successo e perché in molti abbiano
abbandonato quella stupenda terra per trasferirsi altrove, in Italia, ma anche
Oltreoceano: Cos’è che suo padre potrebbe non averle mai rivelato?
Questo bisogno di comprendere meglio un quadro così affascinante quanto
complesso e drammatico la fa entrare in contatto con il Signor Italo Radović
che, al contrario, in quella terra, oltre ad esserci nato, vi è rimasto e ha trascorso
la sua intera esistenza.
Il Signor Radović si affida completamente a Eleonora mettendole,
simbolicamente parlando, in mano i ricordi di una vita, che, per sua stessa
ammissione, “si presentano alla mente... in modo casualmente bizzarro.”
(Davide, 2025, p. 20) Nel confidarsi, lo
fa in totale onestà, partendo con una domanda:
Che cos’è la verità?
(Vangelo di San Giovanni 18, 38)
In armonia con ciò, le spiega che “L’unica cosa che [sia] riuscito a
capire... è che nessuna mente umana è strutturata per concepire la verità, ...
nel suo insieme.” (p. 4)
Quella che le rivelerà sarà, quindi, solo la sua verità, ossia come
il tutto sia stato da lui percepito e rielaborato.
Il romanzo, che oscilla tra finzione e realtà, nella sua prima parte assume
le forme di un reportage, con domande che l’Autrice, in qualità di Giornalista,
pone al suo interlocutore, il Signor Radović per l’appunto, e nel quale
Eleonora, e forse non solo lei, è alla “ricerca della verità” e le risposte che
il suo testimone le fornisce.
Eleonora si presenta all’incontro con Radović, al tempo 97enne ma ancora
estremamente lucido, preparata e con domande specifiche da porgli. Nella sua mente continuavano ad affiorare,
per sua stessa ammissione, “immagini di persone senza nome e nomi senza facce,
mentre il [suo] legame con quel luogo [Trieste in particolare] si andava
rafforzando.” (p. 3) Dalla scomparsa di
suo padre l’interesse per quella terra e il desiderio di avere una risposta ai
tanti quesiti che si poneva era aumentato.
I ricordi del Signor Radović, durante l’incontro, si riversano come un
fiume in piena dando vita a una visione della storia non solo sua e dei suoi
familiari e conoscenti, ma anche a quella della Storia con la S maiuscola, che
non appare affatto come i libri di scuola l’hanno raccontata.
Così il Signor Italo, nato a Trieste “il 9 marzo del 1925, III anno
dell’era fascista” (p. 4), racconta delle origini della sua famiglia; di come i
suoi genitori si fossero conosciuti, innamorati e poi sposati; del periodo
fascista in cui i cognomi slavi vennero italianizzati e di come il suo da ‘Radović’
divenne, per un certo periodo, ‘Radini’; delle discriminazioni cui furono
soggette le etnie di frontiera tanto dai nazisti tedeschi, quanto dai fascisti
italiani e altrettanto dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito.
Il racconto del signor Italo è dettagliato, accurato nella descrizione, nei
ricordi, nella spiegazione e nella cronologia dei fatti che ebbero luogo nel
Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, a Trieste e nelle zone limitrofe e di
confine.
Il Porto Vecchio, nella narrazione e presentazione degli eventi accaduti a
Trieste, riveste un significato profondo – personale, storico ed emblematico
– e, per dirla con le parole di Radović,
“rappresenta sia un punto di partenza che di arrivo... E forse anche il
passaggio, il transito, l’iniziazione alla vita adulta. Oggi quel luogo
conserva la storia di tutto ciò, ... custodisce le memorie di chi vi è
passato...” (p. 6)
Questa realtà i profughi dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume l’hanno
conosciuta bene, avendola vissuta sulla propria pelle. Non solo, infatti,
furono costretti ad abbandonare le loro meravigliose e altrettanto amate terre,
ma anche tutti i loro beni che vennero accatastati nel Magazzino 18 del Porto
Vecchio. Forse molti di loro si illusero
che, prima o poi, sarebbero tornati a prenderli per utilizzarli in un’altra
casa... cosa che, triste a dirsi, non avvenne mai.
I ricordi del Signor Radović sono vivi e dettagliati. Con dovizia di particolari descrive la storia
e gli sviluppi del fiorente porto di Trieste, della Società Austriaca di
Navigazione di proprietà della famiglia Cosulich nonché quella dei Cantieri
Navali Triestini cui venne affiancato un vero e proprio villaggio industriale,
Panzano, dove alloggiavano i dipendenti. Questo villaggio, o cittadella, “presto
divenne un modello, proprio a causa dell’organizzazione interna... [con] una
palazzina... riservata agli scapoli e una serie di costruzioni... formate da
appartamenti, ospitanti otto nuclei familiari con gabinetto indipendente. Per
quei tempi un lusso.” (pp. 8, 9)
Nella seconda parte di questa sua pubblicazione, l’Autrice dà una virata e
da semplice reportage il romanzo assume le tinte di una spy story. Ne emerge un quadro di quelli che furono, o
potrebbero essere stati, gli intrighi internazionali e le attività di
spionaggio compiuti, apertamente o dietro le quinte, da membri delle
istituzioni dei Paesi che parteciparono alle due guerre mondiali e che furono
protagonisti dell’era post-bellica e delle tragiche conseguenze che determinate
decisioni ebbero sulle popolazioni.
Le etnie di frontiera furono quelle più colpite da discriminazioni,
persecuzioni e atrocità compiute ai loro danni sia dagli austriaci e dai
tedeschi del Terzo Reich, sia dai fascisti italiani, sia dai partigiani
comunisti della Jugoslavia del Maresciallo Tito.
Da un giorno all’altro la vita di migliaia di persone fu spazzata via. Accordi
furono presi a tavolino da membri dei governi dei vari Paesi, soprattutto
quello italiano e quello jugoslavo, nonché dagli Alleati anglo-americani. Con
una semplice firma furono stabiliti i confini tra quella che sarebbe stata
considerata, da quel momento in poi, terra italiana e quello che, al contrario,
sarebbe diventato territorio jugoslavo. La linea di demarcazione tra i due
Paese, Italia e Jugoslavia, ignorò completamente la realtà ‘sul campo’ dei
popoli di frontiera che al tempo occupavano terre quali Istria, Dalmazia e
Fiume, una realtà fatta di famiglie miste, di proprietà tramandate di
generazione in generazione nei secoli e, in alcuni casi, persino delle aree
occupate da cimiteri.
Le atrocità compiute da membri delle forze dell’ordine, dei militari e dei
servizi di spionaggio dei Paesi coinvolti distrussero la vita di milioni di
persone che, a prescindere dall’essere sopravvissute ed emigrate o meno,
pagarono un prezzo altissimo per il resto della loro esistenza: quello di essere
state sradicate dalle loro terre, di aver perso in molti casi i loro cari e i
propri beni e persino la propria identità culturale.
A ciò si aggiunge l’orrore delle migliaia di persone che furono torturate,
uccise e gettate delle famigerate foibe di cui è ricco il Carso.
La possibilità che molte situazioni scottanti fossero state insabbiate
volutamente dalle autorità affinché certe verità non venissero alla luce e non
divenissero di pubblica conoscenza è un aspetto particolarmente intrigante che
emerge dalla lettura di questo romanzo, così come la triste constatazione che
gli interessi della politica generalmente prendono il sopravvento su quelli
della collettività.
Porto Vecchio, scritto in uno stile giornalistico scorrevole e conciso, è un’opera
complessa, ricca di riferimenti storici e di dettagli che, pur essendo
romanzati, offrono un quadro generale del nostro Paese e della realtà dei
popoli di confine del Friuli Venezia Giulia e di Trieste in particolare. Il quadro, pur rappresentando esperienze
dolorose, costituisce una valida e importante testimonianza della nostra Storia,
abbracciando un periodo che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale ai nostri
giorni.
A Eleonora Davide, ancora una volta, va il merito, grazie alle sue
approfondite ricerche storiche, alle testimonianze raccolte e alla sua vivida
fantasia, di aver creato un’opera letteraria che, esulando dalle informazioni
riportate nei libri di testo studiati a scuola, rivela alcune scomode verità,
spesso taciute dalle vittime e volutamente ignorate o persino insabbiate dal
potere, ma che hanno segnato in maniera indelebile e inequivocabile l’esistenza
di milioni di italiani e non solo.
Ne consiglio la lettura soprattutto agli amanti della Storia e del romanzo
storico.
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