Friday, August 28, 2026

Porto Vecchio (E. Davide) - Recensione di Maria Teresa De Donato

 

Porto Vecchio – Romanzo di Eleonora Davide

Recensione di Maria Teresa De Donato

 


 

Dopo Il Fiore del Carso e la successiva pausa dei romanzi storici ambientati in Irpinia e nel Regno di Napoli, Eleonora Davide torna in Friuli Venezia Giulia, terra originaria del suo ramo paterno.

Il richiamo delle sue radici è potente. Eleonora vuole capire, vuole sapere, vuole scoprire cosa sia realmente successo e perché in molti abbiano abbandonato quella stupenda terra per trasferirsi altrove, in Italia, ma anche Oltreoceano: Cos’è che suo padre potrebbe non averle mai rivelato?

Questo bisogno di comprendere meglio un quadro così affascinante quanto complesso e drammatico la fa entrare in contatto con il Signor Italo Radović che, al contrario, in quella terra, oltre ad esserci nato, vi è rimasto e ha trascorso la sua intera esistenza.

Il Signor Radović si affida completamente a Eleonora mettendole, simbolicamente parlando, in mano i ricordi di una vita, che, per sua stessa ammissione, “si presentano alla mente... in modo casualmente bizzarro.” (Davide, 2025, p. 20)  Nel confidarsi, lo fa in totale onestà, partendo con una domanda:

 

Che cos’è la verità?

(Vangelo di San Giovanni 18, 38)

 

In armonia con ciò, le spiega che “L’unica cosa che [sia] riuscito a capire... è che nessuna mente umana è strutturata per concepire la verità, ... nel suo insieme.” (p. 4)

Quella che le rivelerà sarà, quindi, solo la sua verità, ossia come il tutto sia stato da lui percepito e rielaborato.

Il romanzo, che oscilla tra finzione e realtà, nella sua prima parte assume le forme di un reportage, con domande che l’Autrice, in qualità di Giornalista, pone al suo interlocutore, il Signor Radović per l’appunto, e nel quale Eleonora, e forse non solo lei, è alla “ricerca della verità” e le risposte che il suo testimone le fornisce.

Eleonora si presenta all’incontro con Radović, al tempo 97enne ma ancora estremamente lucido, preparata e con domande specifiche da porgli.  Nella sua mente continuavano ad affiorare, per sua stessa ammissione, “immagini di persone senza nome e nomi senza facce, mentre il [suo] legame con quel luogo [Trieste in particolare] si andava rafforzando.” (p. 3)  Dalla scomparsa di suo padre l’interesse per quella terra e il desiderio di avere una risposta ai tanti quesiti che si poneva era aumentato.

I ricordi del Signor Radović, durante l’incontro, si riversano come un fiume in piena dando vita a una visione della storia non solo sua e dei suoi familiari e conoscenti, ma anche a quella della Storia con la S maiuscola, che non appare affatto come i libri di scuola l’hanno raccontata.

Così il Signor Italo, nato a Trieste “il 9 marzo del 1925, III anno dell’era fascista” (p. 4), racconta delle origini della sua famiglia; di come i suoi genitori si fossero conosciuti, innamorati e poi sposati; del periodo fascista in cui i cognomi slavi vennero italianizzati e di come il suo da ‘Radović’ divenne, per un certo periodo, ‘Radini’; delle discriminazioni cui furono soggette le etnie di frontiera tanto dai nazisti tedeschi, quanto dai fascisti italiani e altrettanto dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito.

Il racconto del signor Italo è dettagliato, accurato nella descrizione, nei ricordi, nella spiegazione e nella cronologia dei fatti che ebbero luogo nel Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, a Trieste e nelle zone limitrofe e di confine.

Il Porto Vecchio, nella narrazione e presentazione degli eventi accaduti a Trieste, riveste un significato profondo – personale, storico ed emblematico –  e, per dirla con le parole di Radović, “rappresenta sia un punto di partenza che di arrivo... E forse anche il passaggio, il transito, l’iniziazione alla vita adulta. Oggi quel luogo conserva la storia di tutto ciò, ... custodisce le memorie di chi vi è passato...” (p. 6)

Questa realtà i profughi dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume l’hanno conosciuta bene, avendola vissuta sulla propria pelle. Non solo, infatti, furono costretti ad abbandonare le loro meravigliose e altrettanto amate terre, ma anche tutti i loro beni che vennero accatastati nel Magazzino 18 del Porto Vecchio.  Forse molti di loro si illusero che, prima o poi, sarebbero tornati a prenderli per utilizzarli in un’altra casa... cosa che, triste a dirsi, non avvenne mai.

I ricordi del Signor Radović sono vivi e dettagliati.  Con dovizia di particolari descrive la storia e gli sviluppi del fiorente porto di Trieste, della Società Austriaca di Navigazione di proprietà della famiglia Cosulich nonché quella dei Cantieri Navali Triestini cui venne affiancato un vero e proprio villaggio industriale, Panzano, dove alloggiavano i dipendenti.  Questo villaggio, o cittadella, “presto divenne un modello, proprio a causa dell’organizzazione interna... [con] una palazzina... riservata agli scapoli e una serie di costruzioni... formate da appartamenti, ospitanti otto nuclei familiari con gabinetto indipendente. Per quei tempi un lusso.” (pp. 8, 9)

Nella seconda parte di questa sua pubblicazione, l’Autrice dà una virata e da semplice reportage il romanzo assume le tinte di una spy story.  Ne emerge un quadro di quelli che furono, o potrebbero essere stati, gli intrighi internazionali e le attività di spionaggio compiuti, apertamente o dietro le quinte, da membri delle istituzioni dei Paesi che parteciparono alle due guerre mondiali e che furono protagonisti dell’era post-bellica e delle tragiche conseguenze che determinate decisioni ebbero sulle popolazioni.

Le etnie di frontiera furono quelle più colpite da discriminazioni, persecuzioni e atrocità compiute ai loro danni sia dagli austriaci e dai tedeschi del Terzo Reich, sia dai fascisti italiani, sia dai partigiani comunisti della Jugoslavia del Maresciallo Tito.

Da un giorno all’altro la vita di migliaia di persone fu spazzata via. Accordi furono presi a tavolino da membri dei governi dei vari Paesi, soprattutto quello italiano e quello jugoslavo, nonché dagli Alleati anglo-americani. Con una semplice firma furono stabiliti i confini tra quella che sarebbe stata considerata, da quel momento in poi, terra italiana e quello che, al contrario, sarebbe diventato territorio jugoslavo. La linea di demarcazione tra i due Paese, Italia e Jugoslavia, ignorò completamente la realtà ‘sul campo’ dei popoli di frontiera che al tempo occupavano terre quali Istria, Dalmazia e Fiume, una realtà fatta di famiglie miste, di proprietà tramandate di generazione in generazione nei secoli e, in alcuni casi, persino delle aree occupate da cimiteri.  

Le atrocità compiute da membri delle forze dell’ordine, dei militari e dei servizi di spionaggio dei Paesi coinvolti distrussero la vita di milioni di persone che, a prescindere dall’essere sopravvissute ed emigrate o meno, pagarono un prezzo altissimo per il resto della loro esistenza: quello di essere state sradicate dalle loro terre, di aver perso in molti casi i loro cari e i propri beni e persino la propria identità culturale.

A ciò si aggiunge l’orrore delle migliaia di persone che furono torturate, uccise e gettate delle famigerate foibe di cui è ricco il Carso.

La possibilità che molte situazioni scottanti fossero state insabbiate volutamente dalle autorità affinché certe verità non venissero alla luce e non divenissero di pubblica conoscenza è un aspetto particolarmente intrigante che emerge dalla lettura di questo romanzo, così come la triste constatazione che gli interessi della politica generalmente prendono il sopravvento su quelli della collettività.

Porto Vecchio, scritto in uno stile giornalistico scorrevole e conciso, è un’opera complessa, ricca di riferimenti storici e di dettagli che, pur essendo romanzati, offrono un quadro generale del nostro Paese e della realtà dei popoli di confine del Friuli Venezia Giulia e di Trieste in particolare.  Il quadro, pur rappresentando esperienze dolorose, costituisce una valida e importante testimonianza della nostra Storia, abbracciando un periodo che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale ai nostri giorni.

A Eleonora Davide, ancora una volta, va il merito, grazie alle sue approfondite ricerche storiche, alle testimonianze raccolte e alla sua vivida fantasia, di aver creato un’opera letteraria che, esulando dalle informazioni riportate nei libri di testo studiati a scuola, rivela alcune scomode verità, spesso taciute dalle vittime e volutamente ignorate o persino insabbiate dal potere, ma che hanno segnato in maniera indelebile e inequivocabile l’esistenza di milioni di italiani e non solo.

Ne consiglio la lettura soprattutto agli amanti della Storia e del romanzo storico.