Friday, August 14, 2026

Personaggi specchio: David Bowie- Elisa Rubini

 Personaggi specchio: David Bowie


Figure di ieri e di oggi che continuano a raccontarci chi siamo


Di Elisa Rubini




La rubrica “Personaggi specchio” nasce per raccontare figure di epoche diverse, alcune lontane e altre vicine a noi, che continuano a parlare al presente senza bisogno di essere trasformate in modelli perfetti. Possono appartenere all’arte, alla letteratura, alla musica, al cinema, alla cultura popolare o alla storia contemporanea, ma hanno in comune una caratteristica precisa: nelle loro vite riconosciamo domande che non sono finite con il loro tempo. Identità, immagine pubblica, fragilità, talento, amore, ferite, contraddizioni e desiderio di lasciare un segno diventano così il punto di partenza per osservare non solo il personaggio, ma anche il modo in cui noi lo guardiamo.

David Bowie è una figura adatta a questo percorso perché per gran parte della sua carriera ha rifiutato l’idea di dover restare uguale a se stesso per essere riconoscibile. Ziggy Stardust, Aladdin Sane e il Thin White Duke sono entrati nell’immaginario collettivo insieme alle sue canzoni, ai costumi, al trucco e a un modo di stare sul palco che rendeva difficile separare completamente musica e rappresentazione. Questa capacità di trasformarsi, però, rischia di essere semplificata quanto qualsiasi altra immagine diventata iconica. Bowie non fu soltanto il musicista camaleontico che cambiava aspetto a ogni stagione. Dietro quelle metamorfosi esistevano ricerca, curiosità, ambizione, inquietudine e anche il desiderio di non rimanere prigioniero del personaggio che il pubblico aveva appena imparato ad amare.

Nato a Brixton nel 1947 con il nome di David Robert Jones, Bowie arrivò alla notorietà dopo anni di tentativi e sperimentazioni. Prima del successo attraversò gruppi musicali differenti e si interessò anche al mimo, alla recitazione e ad altre forme artistiche. Space Oddity, pubblicata nel 1969, gli diede una prima importante visibilità, mentre nei primi anni Settanta Ziggy Stardust lo portò verso la fama internazionale. Da quel momento il cambiamento diventò una componente essenziale del suo lavoro: generi musicali, abiti, personaggi e linguaggi visivi mutavano, ma dietro quelle trasformazioni rimaneva una curiosità creativa che gli impediva di accontentarsi troppo a lungo di una formula già riuscita.

Proprio per questo Bowie parla ancora al nostro presente. Viviamo in un’epoca nella quale costruiamo continuamente immagini differenti di noi stessi: quella professionale, quella privata, quella che affidiamo ai social e quella che scegliamo di mostrare soltanto ad alcune persone. Bowie aveva compreso molto prima di questa esposizione quotidiana che l’immagine può essere un linguaggio e che presentarsi al mondo significa anche scegliere cosa mostrare. I suoi personaggi non erano semplici travestimenti dietro i quali nascondersi, ma strumenti attraverso i quali sperimentare possibilità diverse. La sua modernità sta anche qui: nell’aver trattato l’identità come qualcosa che può evolvere, contraddirsi e assumere forme nuove senza per questo perdere necessariamente ogni legame con ciò che eravamo prima.

Sarebbe però un errore raccontarlo soltanto come simbolo della libertà di reinventarsi. Alcune fasi della sua vita furono segnate da eccessi pesanti e da una perdita di controllo che non può essere trasformata in una parte affascinante del mito. Durante la metà degli anni Settanta il consumo di cocaina raggiunse livelli molto seri e il periodo legato al Thin White Duke rimane uno dei più oscuri e controversi della sua storia personale. Bowie riuscì successivamente ad allontanarsi da quella fase e a ricostruire una quotidianità diversa, ma la sua capacità di cambiare non deve far pensare che ogni trasformazione fosse necessariamente sana o felice. Guardarlo realisticamente significa riconoscere insieme la lucidità dell’artista e le fragilità dell’uomo.

I suoi pregi restano enormi. Bowie seppe attraversare rock, soul, elettronica, pop, teatro, cinema, moda e arti visive mantenendo una curiosità raramente accomodante. Collaborava, assorbiva influenze, osservava ciò che accadeva intorno a lui e lo trasformava in qualcosa che portava la propria impronta. Uno degli aspetti più significativi della sua carriera fu inoltre la capacità di abbandonare ciò che funzionava. Ziggy Stardust avrebbe potuto diventare una formula da sfruttare molto più a lungo, ma Bowie decise di chiudere quella fase quando il personaggio era ancora fortissimo. Rinunciare a una versione di sé già amata dal pubblico significava accettare il rischio di non essere seguito nella trasformazione successiva, e proprio questa disponibilità al rischio contribuì alla durata del suo percorso artistico.

Il suo difetto più evidente, o almeno uno dei più umani, può essere cercato nella stessa inquietudine che alimentava la sua creatività. Il bisogno di spostarsi continuamente verso qualcosa di nuovo poteva diventare eccesso, fuga e perdita di equilibrio. Nel momento più difficile degli anni Settanta, la distanza tra costruzione artistica e autodistruzione divenne particolarmente sottile. Questo non cancella ciò che Bowie ha creato e non rende meno importante la sua capacità di rinnovarsi; impedisce piuttosto di trasformare ogni cambiamento in una lezione edificante. Reinventarsi può essere un gesto di libertà, ma può anche diventare un modo per non fermarsi abbastanza a lungo da guardare ciò che sta facendo male.

Oggi il suo nome continua a circolare nella musica, nella moda, nella fotografia, nelle mostre e nelle forme più diverse della cultura visiva. Il suo archivio conserva migliaia di materiali che mostrano quanto lavoro esistesse dietro immagini che potevano sembrare nate spontaneamente, mentre personaggi come Ziggy Stardust continuano a essere riconosciuti anche da chi non ha vissuto gli anni in cui furono creati. Questa permanenza rischia però di ridurre Bowie a una successione di costumi spettacolari e fotografie immediatamente identificabili. È qui che diventa davvero necessario per una rubrica come questa: non perché offra una formula da imitare, ma perché costringe a domandarsi quanto della nostra identità scegliamo, quanto ereditiamo dagli altri e quanto siamo disposti a cambiare quando una vecchia versione di noi non ci corrisponde più.

David Bowie resta attuale perché non permette di considerare l’identità come qualcosa di semplice e definitivo. Chi guarda oltre i costumi trova un artista capace di intuizioni straordinarie e un uomo che attraversò anche eccessi, fragilità e momenti di profondo disordine, una figura pubblica costruita con enorme consapevolezza e una persona che non sempre riuscì a controllare ciò che accadeva dietro quella costruzione. In questo sta una delle ragioni per cui continua a parlarci: non nell’aver trovato una volta per tutte chi fosse, ma nell’aver mostrato quanto diventare se stessi possa significare cambiare molte volte, senza fingere che ogni cambiamento rappresenti necessariamente un miglioramento.