Barbie Autistica e Autismo:
la prospettiva di Maria Teresa De Donato
di
Elisa Rubini
La
nuova Barbie Autistica di Mattel sta generando un grande dibattito sulla
rappresentazione dell’autismo nella società. Lei che ha raccontato la storia di
Cesare in “L’autismo visto da una prospettiva diversa”,
come valuta questo tipo di iniziativa?
Giovanni
Tommasini ed io abbiamo approcciato l’autismo da un punto di vista pratico,
empatico, altruistico e ‘no non-sense’, basandoci sull’esperienza, lui come
Educatore che affianca da decenni bambini e ragazzi autistici offrendo un
amorevole supporto alle famiglie, ed io, come Naturopata ed Omeopata,
occupandomi da quarant’anni di salute e benessere ed esaminando l’individuo
nella sua interezza, il che significa prendere in considerazione aspetti non
solo fisici, ma anche emotivi e mentali. Ho fatto questa premessa per coloro
che non ci conoscessero.
Per
rispondere alla domanda, personalmente reputo che potenzialmente ogni metodo
possa, in teoria, essere utile, ma che ci siano alcuni fondamentali
fattori da tenere in mente, ossia
·
L’uso appropriato o
improprio che se ne fa
·
Il fine che ci si
prefigge di raggiungere
·
L’esperienza e le
competenze maturate da chi si avvale di tali mezzi
·
La metodologia utilizzata
Nel
suo libro emerge l’unicità profonda di ogni ragazzo autistico e la difficoltà
della società nel comprenderli. Una bambola può davvero avvicinare il pubblico
a questa complessità o rischia di semplificarla troppo?
Non
credo che una semplice bambola possa, di per sé, insegnare qualcosa a qualcuno.
Sono convinta, tuttavia, che ogni mezzo possa essere in qualche modo utile e
rappresentare un ausilio per
comprendere ed avvicinarsi a certe problematiche, ma che il successo, o
l’insuccesso, di tali iniziative dipenda dai fattori che ho elencato prima.
C’è
da valutare, infatti, sia la preparazione di coloro che utilizzano tali
strumenti per ‘educare’ i bambini, sia il ruolo che rivestono – o dovrebbero
rivestire in tal senso – genitori ed educatori propriamente detti.
Faccio
un esempio. Mi capita spesso, sia nella realtà quotidiana, sia mentre navigo in
rete, di imbattermi in situazioni (o video) in cui si vedono famiglie con
bambini piccoli, a volte molto piccoli, acquistare o adottare un cane, un gatto
o altro animale.
Generalmente
il motivo principale, o uno dei motivi principali, per cui hanno scelto di
avere un animale in casa, è perché facesse compagnia al bambino (o alla
bambina).
Troppo
spesso, da quello che osservo, il bambino tratta l’animale come fosse un
giocattolo, costringendolo a fare cose, movimenti, ad assumere posizioni e
ad essere vestito come il bambino desidera.
Nel
vedere ciò, io, oltre a provare una grande pietà per l’animale, mi pongo alcune
domande:
·
È questo il motivo giusto
per prenderlo in casa per poi trattarlo o lasciarlo trattare come un oggetto di
cui disporre a proprio piacimento?
·
Che fine ha fatto il
ruolo dei genitori quali ‘Educatori” e “Modelli comportamentali” dei loro figli
in questi ultimi trent’anni?
·
“Amare” i propri figli
significa solo coccolarli, viziarli e lasciare che facciano tutto ciò che
vogliono senza insegnare loro, al tempo stesso, cosa sia la disciplina e
che la libertà propria ha comunque dei limiti, quelli moralmente imposti dal
rispetto per gli altri, chiunque essi siano?
La
storia di Cesare mostra quanto il rispetto dei tempi, dei modi e della
sensibilità individuale sia fondamentale. Crede che una Barbie Autistica possa
diventare uno strumento educativo per trasmettere questi valori?
Sì
e no. Ripeto, dipende dall’uso che se ne fa. Mi spiego facendo un altro
esempio.
Mi
sono imbattuta, di recente, in un video in cui veniva presentata questa Barbie.
La persona che ha realizzato il video era felice ed entusiasta di questa
iniziativa. In tutto il video non ha fatto altro che evidenziare
·
Il fatto che finalmente
fosse stata realizzata una Barbie autistica, ossia un personaggio femminile;
·
il colore della pelle
di questa Barbie, che ‘fortunatamente’ – a suo dire – non è bianca, ma
piuttosto, sembrerebbe rappresentare una ‘Native American”, o comunque una
donna dell’America latina;
·
poi ha proseguito con un
discorso in generale sull’eventuale orientamento sessuale di questa
Barbie.
Ora
io non ho alcun problema a confrontarmi con questo tipo di tematiche e sono pronta
ad avere un colloquio civile e costruttivo con chiunque. Posso anche essere d’accordo con lei su molti
punti. Al tempo stesso, però, di fronte ad un atteggiamento di questo tipo, mi
chiedo: Stiamo ancora parlando di “Autismo” e di come aiutare i bambini
stessi ad approcciare un/una loro compagno/a o vicino/a di casa che sia, o
siamo passati ad altro?
Se
questa persona opera in ambito educativo, istruttivo, sociologico e/o
psicologico, la cosa mi preoccupa e non poco, non tanto per il suo pensiero e
le sue vedute, che, se discusse nella sede giusta, potrei anche condividere, ma
per l’effetto nocivo che tale atteggiamento e, di conseguenza, insegnamento
potrebbero avere sui bambini a cui verranno trasmessi quando applicati a questa
specifica tematica: l’Autismo.
Cerchiamo
di rimanere in tema e trovare un soluzione pratica ad una condizione così
difficile da gestire piuttosto che cercare ogni motivo e sfruttare ogni
occasione per continuare a farci la guerra.
Questo
è il mio umile pensiero. Questa è la mia preoccupazione: cercare di distruggere
piuttosto che costruire insieme.
Lei
e Giovanni Tommasini avete lavorato molto sul tema dell’integrazione e sul peso
che ricade sulle famiglie. Pensa che la Barbie possa aiutare a iniziare
conversazioni utili tra genitori, educatori e bambini sulla neurodiversità?
Se,
come ho detto, si parte con il piede giusto e con le giuste premesse – quelle
che ho spiegato prima – anche questa potrebbe essere una metodologia da
prendere in considerazione o quantomeno da valutare, ma ripeto, al momento, da
quel che vedo, sembriamo ancora essere in alto mare in tal senso.
Se
dovesse immaginare come un giocattolo inclusivo potrebbe davvero riflettere la
“prospettiva diversa” del suo libro, quali elementi considera indispensabili
per non tradire la realtà delle persone autistiche?
Per
rispondere faccio un esempio per chiarire meglio il punto.
Anni
fa ho frequentato un corso di Pronto Soccorso che includeva anche rianimazione
cardiopolmonare (= massaggio cardiaco) e respirazione bocca a bocca.
Durante
quel corso, queste due operazioni sono state praticate naturalmente su un
manichino.
Noi
tutti speriamo sempre di non doverci mai trovare in situazioni che richiedano
l’applicazione pratica di queste conoscenze. A me personalmente è capitato di dover
applicarne alcune perché, proprio qui negli USA, ho insegnato in una scuola
Montessori a bambini tra i tre anni e i quattro anni e mezzo e i bambini, a
quell’età, sono davvero imprevedibili e rischiano, dato il loro alto livello di
curiosità e attività, di cacciarsi in qualunque momento nei guai. (Vogliamo
parlare delle caramelle con cui rischiano di strozzarsi?)
La
mia fortuna è stata quella di aver avuto, quali istruttori, Paramedici della
Croce Rossa, quindi professionisti seri e competenti.
Alla
teoria, con l’uso del manichino, si è passati alla simulazione di quella che
avrebbe potuto essere una situazione reale con cui confrontarsi.
Perché
ho fatto questo esempio? Perché voglio
evidenziare il fatto che solo una bambola – o, nel caso del corso di Pronto
Soccorso, un manichino – non è sufficiente a ‘educare’. Per educare e utilizzare in modo valido un
determinato strumento, occorrono persone capaci, competenti ed esperte
che sappiano insegnare e addestrare in modo appropriato.
Se
non si hanno queste caratteristiche, qualunque siano le metodologie applicate e
gli strumenti utilizzati questi risulteranno non solo inutili, ma, nei casi
peggiori, persino dannosi in quanto potenzialmente in grado di aggravare una
situazione già difficile e precaria.
Spero
di essere stata chiara.

