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Saturday, October 10, 2026

Luisa Marchi: Complici



La nascita dei gemelli, due maschi, fu un avvenimento per la piccola città dove non succedeva mai niente di notevole. Tutti trovarono che era qualcosa di cui andare orgogliosi e si complimentarono con lei, Alberta, la madre.
Lei sorrise. Aveva già pronto quel sorriso da quando, dopo l’ecografia, le avevano detto che avrebbe avuto non un figlio ma due. Lei e Walter, suo marito, aspettavano da sette anni quel figlio, che invece non sarebbe stato uno. Avevano fatto delle cure, si erano fatti leggere la mano, avevano pregato perfino. Adesso Walter era eccitatissimo, parlava e parlava.
Esibiva, trionfante, i gemelli ai parenti ed agli amici, rideva ogni momento, senza un ragionevole motivo, diceva sciocchezze.
«Due in un colpo solo, bel colpo eh Alberta? Tu che volevi una famiglia numerosa hai cominciato bene e per un po’ sei a posto!»
Alberta lo guardava agitarsi tanto e stava zitta. Provava un po’ di pena per lui ed un po’ di rabbia.
Essendo figlia unica aveva sempre sognato di avere molti figli, anche quattro forse. Questi figli ipotetici li aveva già amati con l’immaginazione, uno per uno, in un modo che aveva ritenuto splendido.
Sentiva come sarebbe stato, cosa sarebbe avvenuto dentro di lei. Ogni volta il suo amore di madre sarebbe sbocciato lentamente ma fortemente e ad ogni nascita si sarebbe rinnovato, forse moltiplicandosi, forse dilatandosi, ma soprattutto sarebbe rimasto imparziale.
“Ognuno di loro sarà il mio preferito” pensava e si compiaceva di questo pensiero. Lo riteneva bello, saggio, quasi sublime. Pensava che ogni madre, degna di esserlo, così avrebbe dovuto amare i propri figli.
Ma ciò che stava provando adesso con i gemelli non era niente dì simile.
«Sono identici, sai, perfettamente identici!» continuava a ripetere Walter estasiato. I nomi erano già stati scelti, Marco e Marcello, ed una nonna già li aveva ricamati sopra i golfini che erano comunque di colori diversi.
«Vestiremo Marco sempre di azzurro e Marcello sempre di bianco, sarà divertente, no? Finché loro stessi non avranno imparato il proprio nome» sghignazzava Walter.
«Glielo insegneremo subito, come si fa con i cani» disse Alberta «in modo che girino la testa quando si pronuncia “quel” nome e così li distingueremo anche noi. Altrimenti è impossibile distinguerli.» La sua voce suonò acuta ma sottile. Walter pensò che non era stata una battuta felice quella di Alberta, molto grossolana, anzi.
Come poteva venirle in mente di paragonare i propri figli ai cani? Alberta era sempre stata gentile, sensibile e piena di tatto in ogni occasione, ma adesso era stranamente cambiata.
«Sarà stato il trauma del parto o voleva scherzare» pensò generosamente. Le voleva bene.
Appena le fu possibile Alberta mise i due bambini sul letto, uno vicino all’altro. Li spogliò completamente e rimase a contemplarli a lungo. Se ne stavano quieti, senza dormire ma senza piangere, inerti e indifferenti al suo sguardo intenso. Poi si mise ad esaminarli minuziosamente, pezzetto per

Sunday, September 20, 2026

Davide De Nicolao: L'agente Scotty


I

Aspettavo da quattro ore – quattro lunghissime ore, se fossi rimasto sveglio – ma mi appisolai e non sentii la porta che si apriva. Quello che mi svegliò fu l’inconfondibile odore di una Marlboro che bruciava.
Mi alzai dalla poltrona dove avevo dormito sino a pochi attimi prima, bevvi un lungo sorso di rum per farmi coraggio e mi incamminai verso l’altra stanza. Entrai con una certa prudenza, come si addice a uno del mio ramo, e notai la giacca appoggiata alla spalliera del letto e ordinatamente ripiegata. Dalla parte destra del letto.
La sigaretta si consumava lentamente nel posacenere. Prima quel posacenere era appartenuto a una camera d’albergo; ora era di mia proprietà come l’asciugamano del bagno e tante altre piccole cose sparse qua e là.
Cosa ci faceva la giacca a destra quando la puttana – be’, sì, stavo aspettando proprio una puttana – sapeva bene di doverla mettere a sinistra?
E poi lei dov’era? Avrebbe già dovuto essere nuda sul letto con un programma abbastanza interessante da farsi perdonare le quattro ore di ritardo. Sì, doveva proprio essere un servizio speciale e al solito prezzo.
I miei vizi me li pagavo. Tutti. Le sigarette, il rum e quindi anche le donne. Rapporti sessualmente eccellenti e nessuna grana.
Comunque anche le ragazze con il bollino del prezzo sanno parlare; almeno questa lo sapeva. Qualche volta la facevo venire da me soltanto per parlarle di qualche mio problema e lei sapeva sempre darmi i consigli più azzeccati.
La cicca aveva ormai vissuto la sua corta vita. Mi avviai verso la sigaretta per spegnerla e quando alzai il capo (il portacenere lo tengo a terra) vidi – riflessa dallo specchio del bagno – la mia pistola.
Quand’ero in casa tenevo la mia dolce metà nell’armadietto dei medicinali.
Non mi era mai, fortunatamente, capitato che mi si impedisse, come ultima cosa, di farmela addosso in pace e nessuno aveva mai avuto il tempo di raccontarlo in giro, né di usare il bagno dopo di me.
La mia automatica stava ora nelle mani di Violetta. In poche parole la puttana sembrava estasiata a vedere un oggetto che poteva benissimo essere

Thursday, September 10, 2026

Andrea G. Pinketts: Il punto di vista del licantropo


Non puoi avere la luna piena e la moglie ubriaca. Specie se sei un licantropo. Eppure quella notte ci sarebbe stata la luna piena ed Isabella era già al quarto martini il che, essendo lei astemia, era chiaro sintomo di un certo nervosismo. Aveva cominciato col mangiarsi le unghie, ma questo lo faceva sempre, poi aveva optato per le olive sul martini ed ora, dopo essersi scolata i martini cocktail, guardava famelica i bicchieri di cristallo pieni solo dei noccioli di quattro ex olive.
Era così una volta al mese, prima del plenilunio, prima che mi trasformassi in un lupo mannaro. Io, una volta al mese, diventavo un lupo e lei, una volta al mese, diventava nervosa, intrattabile, aggressiva anche nei silenzi. Il plenilunio, forse, coincideva con il suo ciclo mestruale. Del resto quando l’avevo conosciuta le avevo detto di essere un licantropo.
Lei aveva sgranato gli occhioni e col silenzio, che era il suo linguaggio abituale, mi aveva incoraggiato a proseguire il mio primo monologo per lei.
«Non è facile essere una minoranza. Che so, un negro, un omosessuale, un licantropo. Hai mai sentito parlare di un licantropo negro omosessuale?
Dev’essere il massimo della discriminazione. Come negro, è discriminato dai licantropi omosessuali razzisti. Come omosessuale è discriminato dai licantropi negri puritani, come licantropo è discriminato dai negri omosessuali vivisezionisti. Pensa che vita. Emarginato dagli emarginati.»
Isabella si era mangiata l’ultima unghia rimasta e aveva accettato il mio secondo appuntamento. Non parlava mai. Ci vedevamo in lunghi assolati pomeriggi ed io le parlavo. Parlavo raccontandole di me cose mai dette a nessun’altra. I miei segreti si aprivano al suo silenzio e fiorivano, sbocciavano, perché il silenzio irradiava comprensione, mentre le parole, i giudizi, sarebbero stati grandine per i miei segreti. Un giorno d’aprile le confessai che ero un licantropo, mentre il vento le scompigliava i capelli e la mia rivelazione, i sentimenti. Parlò per la prima volta. Disse qualcosa tipo:
«Ah…». Poi tacque mentre il vento riempiva i puntini sospensivi. Le dissi tutto. Fu quello che si dice parlare al vento.
«Da piccolo mi sono accorto di essere diverso dagli altri bambini. Nelle favole

Thursday, August 20, 2026

Giovanni Zucca: L’amanuense


 

L’uomo dai capelli biondi si chiama Ruiz. Tre settimane prima si chiamava Porta e prima ancora Basso, Rosas, DeLongo… nessuno di questi nomi è il suo, tutti gli si adattano. Nel suo lavoro i nomi contano poco. Ciò che conta è la prontezza della mente, l’acutezza dello sguardo, la velocità delle mani. Adesso si trova nel parcheggio sotterraneo di un palazzo del centro, chino sul motore di una 131 col cofano aperto. Indossa una tuta da meccanico con il nome di una autofficina sulla schiena. Ogni tanto pesca un attrezzo nella cassetta metallica accanto ai suoi piedi. Immerso nel suo lavoro, l’uomo dai capelli biondi sembra ignorare il via vai intorno a sé, del resto assai ridotto a quell’ora. Quando vede spuntare dall’ascensore il volto dell’uomo che sta attendendo, non ha reazioni. Si lascia soppesare da quello sguardo miope, che non nasconde la paura. Ignora i movimenti dell’altro che, dopo aver scrutato tutto il parcheggio fin negli angoli più bui, si sta dirigendo a passo svelto verso una BMW nera, parcheggiata a poca distanza dalla 131.
L’altro gli passa accanto, gli lancia un’occhiata sospettosa, si alza il bavero dell’impermeabile. L’uomo dai capelli biondi si tira su, appoggia il cacciavite che ha in mano e si massaggia le reni con una smorfia di sofferenza. L’altro è accanto alla BMW, si fruga in tasca alla ricerca delle chiavi. L’uomo dai capelli biondi si china sulla cassetta degli attrezzi, si rialza, pronuncia il nome dell’altro.
Per un istante la scena assume l’immobilità di una foto. La luce ineguale del sotterraneo, due sconosciuti che si fissano, tra loro una pistola che termina in

Monday, August 10, 2026

Andrea G. Pinketts: E l'anatra diventò farfalla




“A” non si chiamava A. E come avrebbe potuto? “A” va benissimo per cominciare l’alfabeto, ma come nome proprio è inammissibile. Nessun genitore battezzerebbe A il proprio primogenito per quanto figlio di puttana possa essere. A come Andrea? A come anonimo? Persino A come Agerònia, una bella farfalla delle regioni calde dell’America delle famiglie dei ninfalidi. Ma mai A come A e basta. A è tronco, la testa di un nome decapitato. L’unico vantaggio e pregio nel chiamarsi A consiste nel fatto che in un mondo in cui gli uomini sono ormai diventati dei numeri, chiamandosi A se non altro si è una lettera.
A, comunque, non si chiamava A. Ironia della sorte vuole che il suo vero nome cominciasse con la Zeta. Zeno? Zoroastro? Zorro? Chi può dirlo. In ogni caso A si chiamava Zeta. AZ: il principio e la fine. Come in tutte le cose, come in tutte le storie, questa compresa.
A si stava annoiando a morte accovacciato dietro la finestra di un assolato palazzo a vetri. La stanza era spoglia, se si escludono A, una teoria di mozziconi di sigarette “forti”, il cadavere di qualche lattina di birra e un fucile con mirino telescopico già montato. La finestra non dava sul cortile, dava su una piazza. Una bella piazza con una fontana rappresentante il Minotauro. Dalle narici del Minotauro zampillava acqua potabile.
Tra qualche ora la folla sarebbe arrivata e, tra la folla, acclamato immeritatamente sarebbe comparso il bersaglio. A non si chiamava A, ma il bersaglio, come tutti i bersagli, si chiamava X. A guardò il pacchetto di sigarette cincischiato più per noia che per nervosismo. Poi guardò il fucile e decise che avrebbe smesso. Non sapeva nemmeno lui se di fumare o di uccidere. A apparteneva a quella categoria di persone che per certuni sono dei patrioti, per certi altri dei macellai. Del resto, suo padre aveva una macelleria ad Aix en Provence ed era stato partigiano durante l’occupazione di Parigi. L’unica cosa di Vichy che tollerava era l’acqua, pur preferendo di gran lunga il vino. Così, vuoi un po’ per ereditarietà, vuoi un po’ perché la vita oltre ad essere breve è vuota se non fai tu qualcosa per riempirla, A era diventato un patriota macellaio. Un killer. Aveva riempito la propria vita di attese e di cadaveri.
Ma forse è così un po’ per tutti.

* * *

Dall’altra parte della piazza B teneva d’occhio A. Da un altro palazzo di vetro

Monday, July 20, 2026

Claudio Asciuti: Inventario Eysenck – X




M’ero appena fermato sul limite della curva di Corso Firenze e sbirciavo le luci gialle del porto e le acque torbide e scure e la lunga fila di case che si allungava sotto di me, quando per caso buttai lo sguardo sull’edicola… in titoli di scatola la locandina de “Il Corriere mercantile” m’informava che il corpo della ragazza scomparsa il giorno precedente era stato appena ritrovato… scesi dalla moto, acquistai il giornale… il genere umano, pensai, è di una bestialità davvero impressionante… la ragazza era stata violentata e poi strangolata.
Ero uscito per cacciar lontano la malinconia e mi sentivo ancora più triste… decisi di tornarmene a casa…

Me ne tornai quindi a casa… ancor più abbattuto… e sì che ne ero andato via dall’estremo rifugio perché m’intristivano tutte quelle scadenze sempre più impellenti… diedi da mangiare al gatto, mi versai un martini, m’accesi una sigaretta… attivai la segreteria telefonica.
La prima telefonata era di un tale a cui stavo facendo la tesi che s’informava a che punto ero del lavoro; altrettanto la seconda; la terza era di Fosca e mi annunciava che sarebbe tornata per un po’ di tempo dai suoi; la quarta era di Vanni, che m’invitava al cinema; la quinta era del garagista che finalmente,

Friday, July 10, 2026

Eraldo Baldini: Re di Carnevale




Gli avevano indicato bene la strada per arrivarci; gli avevano detto che il paese era molto lontano da tutti gli altri, perso fra le colline, e che l’avrebbe visto solo all’ultimo momento, nascosto com’era in una valle circolare e profonda; gli avevano raccontato che, come nel tronco di un albero tagliato, anche nei muri di sasso di quelle vecchie case si potevano leggere gli anni – i secoli – di quel posto fuori dal mondo. Ma non l’avevano avvertito che là la gente era taciturna e scontrosa, al limite della maleducazione.
Nella locanda affacciata sulla piccola piazza, tutta raccolta attorno ad una vecchia fontana che gettava con forza, come per liberarsene, un’acqua intollerabilmente fredda, l’avevano accettato a malincuore, nonostante che, almeno all’apparenza, tutte le camere fossero vuote. Il proprietario gli aveva detto sgarbatamente che non faceva servizio di ristorante, e che avrebbe potuto pranzare nell’unica osteria del paese; e quando chiese ai passanti notizie dell’osteria si vide rispondere con muti cenni della testa e delle mani.
«Bel posticino» pensò tra sé. «Non capisco come gente simile possa festeggiare il carnevale, e farlo in un modo così interessante da valere la visita di un giornalista».
Un’idea, quel servizio, di “Capo” Lo Russo, re della redazione e delle idee bislacche, con una sorta di euforia sussurrante gli aveva fatto balenare la prospettiva di uno scoop: «Il carnevale di Carsano è una chicca, un pezzo di preistoria vivente, noto solo a qualche studioso di folklore e sconosciuto al pubblico. Cavacene foto speciali e articoli forti».
Per ora di forte aveva solo il mal di testa, quello dei giorni brutti, che si faceva annunciare da un dolore dietro all’orecchio destro prima di stendere i suoi tentacoli tutt’intorno, alla fronte, alle tempie, alla nuca.
Non aveva voglia di disfare le valigie ed era indispettito perché, nonostante il radiatore monumentale (quello sì era un pezzo di preistoria), il freddo e

Saturday, June 20, 2026

Stefano Righini / Giovanni Zucca: Ordine




[MININT/DirOpSpec/Registrazione n° 22471127, effettuata in data: 04/III/90, classificazione: ALFA, luogo: Bologna, indirizzo: (OMISSIS), soggetti di seguito identificati come: (OMISSIS)]
PRIMO UOMO: «Ci siamo tutti, possiamo cominciare. Allora?»
SECONDO UOMO: «Allora basta spaccare il muso ai negri, che due maroni, ne pesti uno e ne arrivano altri dieci, non si può andare avanti così, è ora di fare qualcosa di più…» TERZO UOMO: «Spacchiamogli il culo!»
QUARTO UOMO: «Perdio hai ragione. È ora di finirla con ’sti terroni di merda, con i negri, gli zingari, i drogati, i travestiti! Bologna sta diventando uno schifo!»
SECONDO UOMO: «Se è per quello, lo è già diventato…» PRIMO UOMO: «Calma.
Nervi a posto, ragazzi. Stiamo per avere quello che ci serve. Non vi posso dire niente. Vi chiedo di avere ancora un po’ di pazienza, poi cominceremo davvero…»
SECONDO UOMO: «A far cosa?»
PRIMO UOMO: «A mettere ORDINE.»

Mercoledì. Mi sto snervando al computer, oggi è lento come la fame, suona il telefono, alzo la cornetta e dall’altra parte sento Cater che mi fa “…senti, sono andata dai carabinieri, ho ritirato la denuncia, loro dicono se riconosceresti il ladro e se hai voglia di andare a vedere delle fotografie, però se lo hai visto bene davvero, chissà che non ci sia, sai, tra quelli schedati; se vuoi, ti do il numero di telefono. Io fossi in te non andrei, non si sa mai, però tu fai come ti pare, ora ti lascio, ciao, un bacio”.
Questo succede un mercoledì torrido di metà luglio, quattro del pomeriggio. Il pinguino del mio ufficio ansima, è tutto umido, gli stampati, i floppy, la sedia in skai, i vestiti incollati alla pelle. Io penso che non so se mi va, non so se è giusto, questo è proprio uno sfigato. Ti pare che uno deve rubare il Venerdì una 205 diesel furgonata e senza sedili posteriori, con uno stereo da centomila a dir tanto, e poi la domenica, mentre se ne va in giro tranquillo con Vasco che urla al massimo, si ferma a un semaforo e si trova di fianco il proprietario?
Però… però l’incazzatura per il furto c’è stata, lo stress di ritrovarsi senza macchina la settimana prima delle ferie pure, i soldi per la serratura il

Wednesday, June 10, 2026

Sandro Borgia: Una questione di stile


«Mi sembra perplesso, signor ispettore.»
Il funzionario di polizia si tolse gli occhiali e mi guardò ancora più stupito.
«Perché, secondo lei, non dovrei?» mi domandò.
«Non so, forse un poco sì; forse non sono stato del tutto chiaro…»
«Se è per questo, è stato chiarissimo: lei ha fatto un sogno, ma sostiene che non è suo. È così?»
«Esatto.»
«E allora?»
«Come allora? Il sogno, torno a ripetere, non è mio; questo è molto importante, e io…»
«E lei non vuole appropriarsene. È molto onesto da parte sua. Ma, vede, qui noi non trattiamo i diritti d’autore, per lo meno non quelli che riguardano la proprietà, diciamo così, onirica.»
Ridacchiò, compostamente come si conviene ad un britannico, ma ridacchiò.
«Signor ispettore, in altre circostanze sarei stato in grado di apprezzare il suo delicato sense of humour» mi permisi di osservare «ma qui si tratta di una cosa molto seria, si tratta di un omicidio, ed io sono l’assassino.»
«Nei sogni, prima o poi, siamo tutti criminali» disse l’ispettore a mo’ di sentenza. E questa specie di epifonema dovette sembrargli una buona conclusione perché si accinse ad alzarsi, indicando così che il nostro colloquio poteva considerarsi terminato.

«Ma nel sogno ho ucciso Pamela Winters» ripresi, ignorando l’indicazione.
L’ispettore restò a mezz’aria, poi lentamente si rimise a sedere.
Mi scrutò.
«Conosce Pamela Winters?» domandò.
«No.»
«Strano.»
Parve riflettere. Improvvisamente, come illuminato:
«Ah!» disse «ho capito, lei certamente avrà visto su qualche giornale di ieri la fotografia di questa ragazza scomparsa tre giorni fa e…»
«In effetti è così» lo interruppi «mi ha colpito il suo viso, che mi ricordava appunto…»
«Vede…»
«Ma il fatto è che questa ragazza è stata ammazzata, e in modo orrendo.»
«E che cosa glielo fa supporre?»
«Ma il sogno. Appunto il sogno che non mi appartiene.»
«Lasciamo stare questa storia dell’appartenenza» riprese l’ispettore «a noi la

Wednesday, May 20, 2026

Riccardo Parigi / Massimo Sozzi: Il guanto di volpe




Scrivo queste righe mentre cala la sera e la malinconia entra nella mia camera, per tormentarmi. Sarà la calura di questa estate opprimente, saranno i fatti convulsi che funestano la Patria, ma davvero non riesco a prender sonno. Ho letto e riletto sul “Corriere” la notizia ferale ed ancora non mi capacito. Il nostro Sovrano, l’amato “Re Buono”, Umberto I, è morto per mano di un abbietto, di un anarchico! Gabriele D’Annunzio ha intinto nell’inchiostro la sua penna straordinaria e ha scritto, sulla “Tribuna”, un epicedio che rimarrà nella storia. Ancora fremo pensando a quelle parole vibranti e le vorrei fissare qui, in modo che rimanessero, indelebili, sul mio diario, ma la troppa emozione non mi permette di farlo.
Purtroppo non sono solo questi fatti orribili che mi opprimono. È dal mattino che sperimento una sorta di inquietudine sottile, un filo che mi trapassa il petto… Forse sarà stata la visita inaspettata di Giacomo, in fondo erano tre anni che non lo incontravo.
Certo, sapevo che era tornato a Parma da qualche tempo (così mi aveva riferito mamma), ma vedermelo davanti all’improvviso…
Elegante come sempre, indossava un completo di lino bianco: col pizzo e qualche filo d’argento tra i capelli è ancor più charmant di quanto non fosse ai tempi in cui frequentava – da studente modello – la facoltà d’ingegneria.
«Qual buon vento vi mena tra di noi» gli ho detto «vi ricordate ancora del vostro paese, dei vostri amici affezionati? So che ormai la carriera vi ha condotto lontano. Avete responsabilità grandi, dovete sempre viaggiare… Fate venire alla mente qualche personaggio del Verne, affetto da moto perpetuo!» Lui ha riso. «Avete ragione, Rachele» mi ha risposto «il lavoro è un grande tiranno ma ormai sembra che in Europa costruire ferrovie sia diventata questione di vita o di morte. La locomotiva deve inoltrarsi ovunque e ci vogliono gli ingegneri per farle toccare anche i luoghi più negletti. Così sono stato inviato ai quattro angoli del mondo: ho seguito lavori a Budapest, a

Sunday, May 10, 2026

Paola Mordiglia: L'omino di Mojacar




Non so dove l’ho perso, e non so neppure se l’ho perso o me lo hanno rubato.
Dove l’ho smarrito?
In casa, me lo hanno fregato in casa.
Non so, forse qualcuno che non conoscevo, me lo ha preso, in casa, sì, può essere.
Come, ma con che gente vive?
Con la Vale e Paolone, guardi, loro sono proprio tranquilli, lasci stare.
E allora chi cosa?
Senta, facciamo così, ho perso il portafoglio nel corridoio di casa.
Niente di grave, faccio la denuncia e poi vediamo, magari lo ritrovo.

Scriva pure: portafoglio di colore blu con fiorellini – vabbè, tipo fiorellini – contenente scriva, scriva: la mia patente di guida categoria B rilasciata dalla prefettura ecc…, la mia carta di credito bancomat carta si N° ecc…, denaro contante per circa L. 10.000; ancora avevo la tessera Arci, tessera dell’Hiroshima e la tessera dello studente, mi sembra nient’altro a parte tutte quelle cose che non si sanno buttare, scontrini e… no merda, avevo messo nella taschina del portafoglio l’omino di Mojacar che regge l’arcobaleno… no, cazzo, che idiota a tenerlo lì, per non perderlo… Sì, mi scusi, non importa che scriva anche dell’omino, non è una cosa di valore, credo…
Uscendo il maresciallo mi disse di cambiare compagnie, me lo disse con viscidume paterno da carabiniere, e non lo sopportai.
Ma come si permetteva di pensar male dei miei amici? Certo, proprio tutti quelli che passavano da casa non li conoscevo, ma ero a Torino solo da un po’ e che ci fossero facce nuove cui offrire un bicchierino mi faceva piacere. E poi erano gente tranquilla, più o meno li riconosci quelli che ti faranno saltare i cd o la giacca o il salame che hai appeso in cucina da tempo e che aspetti di mangiare una volta, tutti assieme, magari…
Sono ragazzi, un portafoglio non lo fregano a casa di amici. Certo, Giangi non lo si era mai visto prima, ma veniva con Aie, e allora non ci pensi proprio, a mettere via il portafoglio perché Aie porta a casa un amico.
Giangi non se lo era cagato nessuno, quella sera. Era un tipo silenzioso e addirittura mi convinsi fosse timido.
Commentò solo che non pensava di uscire, ma poi Aie lo aveva persuaso, e
Valentina di vista la conosceva, e allora eccolo lì a bersi un bicchiere di vino, intorno al tavolo della nostra cucina, a integrarsi con le cazzate che volavano come grandi concetti, da un bicchiere all’altro, incontrollabili. C’era anche la Nico, che mi era venuta a trovare da Mila no, e c’erano Hector e Cristina, che però si sbaciucchiavano sul divano e solo ogni tanto riemergevano, tutti ammortizzati: dopo che si fa? – chiedevano.

Ma io quella sera ero proprio un cadavere, e anche la Nico non sembrava

Monday, April 20, 2026

Patricia Martinelli: Il profumo della magnolia


«Valeria, amore. Quanto mi dispiace. So cosa provi.»
«No, Pietro. Non puoi saperlo. Non mi abbracciare. Lasciami.»
L’aereo proveniente da San Francisco era appena atterrato a Milano e Valeria ne era scesa, pallida, terrea. Non gli era volata tra le braccia come lui si era immaginato. Gli stava davanti con quell’espressione di dolore “cattivo” che gli mise un brivido nella schiena. Certo, la morte dell’uomo che l’aveva allevata come una figlia l’aveva sconvolta. E lui le leggeva sul viso un dolore rabbioso che non si sarebbe sciolto con le lacrime.
Fu in macchina, mentre venivano verso Milano, che Valeria riprese a parlare e disse quella cosa tremenda:
«Sono sicura che il nonno è stato ucciso».
«Ma amore, cosa dici? Si è spento piano. È morto di vecchiaia.»
«È stato ucciso, invece, ne sono sicura. Lo so.»
«E chi sarebbe l’assassino?» domandò un po’ infastidito
Pietro.
«Non sarebbe. È. È Davide, suo figlio.»
«Valeria! Ti prego. Stai dicendo delle sciocchezze, delle cose enormi. Il dolore ti fa straparlare.»
«Davide ha lo sguardo crudele, gli occhi da vipera, sai, quelli con le pupille che diventano come due fessure verticali. L’aveva anche detto.
“l’ammazzo quel vecchiaccio, non vedo l’ora di ereditare tutti i suoi quattrini”. Ecco. Ora l’ha fatto. E io non ero qui a impedirlo.»
«Valeria, basta! Se tutti quelli che hanno lo sguardo crudele fossero assassini, inciamperemmo nei cadaveri per la strada!» Questa volta Pietro gridò quasi. Non sopportava di sentire la sua dolce Valeria farneticare in quel modo. E di vederla con quell’espressione dura, così diversa da lei. Poi si calmò. Erano arrivati. Le sorrise:
«Dai, ora ti accompagno su, ti riposi. Ti fai un bel pianto consolatorio e a poco a poco…»
«Non ho voglia di riposarmi. Tanto meno di farmi un bel pianto consolatorio». Valeria scese in fretta, prese la valigia, si girò un attimo verso Pietro per dirgli:
«Non mi accompagnare. Tanto voglio stare sola a pensare» e sparì nell’atrio della sua casa.
Pietro guardò per qualche secondo il portone, indeciso se seguirla oppure no, poi optò per il no. Avrebbe voluto correrle dietro e stringerla forte tra le braccia perché l’amava. D’altra parte intuiva che lei in quel momento di lui proprio se ne infischiava. Voleva davvero stare sola.
Stare sola, già. Valeria si accese una sigaretta, sul divano del soggiorno dove non era entrata da otto mesi. La primavera precedente aveva vinto una borsa di studio di un anno per l’Università di Berkeley, in California. 
Ricordava che era corsa dal nonno, nella grande villa sul lago dove lui abitava. Gli era saltata al collo, pazza di gioia.
«Nonno, che felicità! Ancora non ci credo». Poi si era ritratta. «Ma come faccio? Io non voglio lasciarti…» perché DAVVERO non voleva lasciarlo. Il nonno si era messo a ridere, lì sulla sedia a rotelle sulla quale era inchiodato ormai da quattro anni.
«Ma cosa dici, Valeria? Vorrei aggiungere “non sono mica un vecchio paralitico”, invece molto evidentemente lo sono.» Il nonno aveva accettato la propria infermità con la sua solita forza d’animo, mantenendo persino il suo delizioso senso dell’umorismo. «Ma come tu ben sai, io su questa sedia tanto male non ci sto. Ho i miei libri, i miei ricordi, il “Cip” che mi fa compagnia, vero, Cip?» domandò rivolto all’amatissimo merlo che gli rispose fischiando dalla sua gabbia.
«Poi ho il “Miao”, e fece una carezza al micio che si allungò voluttuoso, come fanno i gatti, sotto la sua mano. «E poi ho il profumo della mia magnolia. Guarda, è tutta fiorita.»

Friday, April 10, 2026

Sara Vallefuoco: La gamba di gesso


 

Quando avevo più o meno nove anni il cugino di mia madre, che abitava dirimpetto a noi, si ruppe un braccio. Era inciampato sul bordo del marciapiede, in paese, mentre portava in mano un sacchetto con una bottiglia di latte e le uova. Da allora, tutte le volte che entravamo in casa sua si inscenava una commedia di terz’ordine, sempre la stessa: cominciava mio fratello, dicendo con quanto fiato aveva di sentire puzza di uova marce, e io e mia sorella giù a ridere; seguivano varie, incomprensibili battute, uno scappellotto ciascuno e infine il motto edificante di nostra madre, “non si ride sulle disgrazie altrui”. Sipario.
Mia sorella, che allora aveva solo quattro anni, mi confidò in seguito di aver sempre pensato che la mamma si riferisse alle uova, sì, insomma, che non era bello definirle marce davanti allo zio. Comunque. Nelle nostre menti bambine la realtà e la fantasia andavano a braccetto con la naturalezza di una coppia di vecchi coniugi, che dopo anni di consuetudini finiscono con l’assomigliarsi anche fisicamente. E così, dopo l’incidente dello zio, mio fratello frignò un secolo perché voleva per forza averlo anche lui il braccio ingessato; impiegammo mezz’ora di lavoro, tre scatole di scarpe e due gomitoli di spago. Decise eroicamente di guarire all’ora della merenda. Con un braccio fuori uso sarebbe stato il più lento a prendere le patatine fritte dalla busta, di quelle grandi, senza sorpresa dentro. Le nostre preferite erano le buste piccole con dentro le pistole ad acqua, ma contro gli intenti economico-educativi di nostra madre non c’era verso. Riuscivamo a spuntarla solo quando accompagnavamo la nonna a fare la spesa. Una delle cose più belle del mondo è la politica monetaria delle nonne. Seppure con qualche calo di gusto. Proprio in quei giorni, durante la convalescenza dello zio, mentre eravamo con lei dal droghiere rubai una confezione di dadi da brodo. Tutti i bambini provano almeno una volta l’impulso irresistibile di appropriarsi di qualcosa che non appartiene loro per il gusto di farlo, ma oggi so che per me fu l’inizio di qualcosa di diverso. Quell’atto arbitrario di possesso fu un’iniziazione, la prima vera prova da superare per poter affermare la mia esistenza come autonoma. Di veramente autonomo allora seguì solo un ceffone, che ricevetti da mia madre, e un’intera collezione di prevedibili rimproveri, ma nessuna di quelle reazioni mi fu di disturbo. La mia condizione di diverso dagli altri, dai miei
fratelli, dai miei compagni – ai miei occhi, e solo ai miei occhi – era stata finalmente segnata. Anche la nonna si unì veementemente al coro di proteste, ma i dadi non li riportò mai al negoziante. In fondo era dalla mia.
Questi e altri pensieri vaghi andavano dissolvendosi sui vetri del taxi che mi portava dall’ospedale a casa.
Il rientro fu meno facile del previsto. Abitavo al terzo piano di un palazzo senza ascensore e dovetti trascinare la gamba gradino dopo gradino. Dopo ogni rampa mi fermavo, per riprendere un po’ di fiato, che successivamente sprecavo per rispondere alle offerte di collaborazione domestica delle vicine. Comunque, alla fine conquistai la vetta e piantai a mo’ di bandiera la chiave nella toppa. Non potevo avere allora la certezza di oggi, ma mentre mi trascinavo verso il salotto, una vaga consapevolezza di stare per ricucire uno strappo, apertosi dolorosamente circa trent’anni fa, si faceva lentamente strada. Ora so che a dispetto della cicatrice la ferita è ancora viva, ma solo di tanto in tanto necessita di attenzione. E questo è più di quanto il mondo possa oggettivamente chiedermi.
Ripresi finalmente fiato semisdraiandomi sulla poltrona. Mi scoprii ad avere voglia di patatine. Di una busta grande di patatine, pensai, senza sorpresa; del resto, ce ne sono di più dentro, durano di più e in proporzione costano molto meno.
Mi guardai lo strano arto che da qualche giorno ero costretto a portarmi appresso: il gesso partiva un palmo più su del ginocchio e lasciava scoperte solo le dita dei piedi. Lasciamo stare il dolore della frattura, che ormai era passato; lasciamo stare che il gesso pesa un quintale, “ma non si preoccupi, solo finché non si asciuga”; fatto sta che a nessuno piace portarsi dietro una bruttura non sua, e quelle striature bianco ottico si sarebbero ingrigite e involgarite con i giorni. E anche la gamba sarebbe diventata sfacciata, priva di stile. Faticavo a riconoscere come mio perfino il contenuto, figuriamoci l’involucro. Decisi di passare dalla poltrona al letto.
Finalmente nudo. Il mio macroscopico arto fin dal primo momento non aveva dimostrato rispetto per i calzoni lunghi. L’unico paio che potevo indossare era un modellino creato dalla mano fantasiosamente armata di bisturi di un’infermiera – non quella di cui vi parlerò – che aveva provveduto ad aprimi la gamba sinistra da un lato nel senso della lunghezza. Accesi la televisione e piazzai il timer. Dalla fessura di una palpebra scorsi James Stewart sbarbato di fresco. Sistemai

Friday, March 20, 2026

Diana Merisi: L'anello mancante



La bambina entrò dalla porta sul dietro, attraversò la stretta cucina puzzolente. In quell’ora di pausa anche gli sguatteri avevano lasciato il ristorante. C’erano solo orde di scarafaggi color caffè a contendersi le sgocciolature dei sughi sulle pareti. Una radio lasciata accesa dal cuoco marocchino: riusciva sempre a beccare la stazione tangerina. C’erano scarafaggi anche nel mucchio di couscous pronto per la cena. La bambina guardò meglio nella zuppiera. Sembrava un dito, spuntava appena fra i granuli bianchi, il dito di un piede. Corse nella sala da pranzo. Le veneziane erano abbassate, una sbatteva, segno che la finestra era aperta.
Tutte le sedie erano capovolte e appoggiate sopra i tavoli. Prese la pinza da un secchiello per il ghiaccio e tornò in cucina. Il dito era scomparso sotto un nugolo di blatte, si davano un gran daffare con antenne e zampette, apparentemente solo per curiosità, o studio, senza alcuna voglia di assaggiarlo. La bambina frugò nel couscous con la pinza, estrasse il dito, lo avvolse nella stagnola, e stringendo in mano il fagottino uscì dalla medesima porta per la quale era entrata.
Monsieur
È il padrone, lui. Quante arie. Si veste di bianco, alla coloniale. Non ci ha più il fisico, numero uno; numero due, anche lui è pied-noir, come gli altri, né più né meno, dunque, meno storie. Beve orzata e rum, nei gesti e nel dare gli appuntamenti gli piace fare Casablanca. Ha splendidi occhi di porcellana, sprecati. Il ristorante è bene avviato, ma ha già avuto guai con l’Ufficio d’Igiene. Siamo sul mare, è la musica di fondo, la brezza entra dalla porta e esce dalle finestre. Quando ci sono seccature, Monsieur non si fa trovare, se la fila dalla parte della cucina, siede sul muretto a destra del pergolato, lì aspira profondamente gli odori marini, il vento di ponente, gli effluvi della frittura; qualcuno gli porta un piattino di frutti di mare crudi con lo spicchio di limone. Da qualche giorno Madame non si fa vedere. Partita, dice lui: “alcune” settimane di vacanza. Lei riconosce questa? – L’Ispettore gli mostra un beauty-case azzurro. Certo! È la valigetta di mia moglie. Come può esserne così sicuro? C’è questo graffio vicino alla maniglia, vede? Effettivamente… Lei sa cosa contiene?
Naturalmente, no: però posso immaginarlo. Non indovinerebbe mai. Be’, mia moglie ha una passione, una vera passione, per i profumi italiani. Devo chiederle di seguirmi al Commissariato.

Suore
Alla fine del pomeriggio Monsieur è ancora al Commissariato. Giacca e pantaloni tutti una piega. Colletto slacciato, farfalla di traverso.
L’Ispettore, ormai, gli parla come a un vecchio amico. «Lo tenevamo d’occhio. Sulla Promenade. Andava su e giù con questo pacco male incartato.
Lo faccio fermare. Si tratta del beauty-case. Dentro: cinquecento dosi di ero e strumenti chirurgici da callista. Si è impiccato in cella due giorni fa. Abbiamo dato il corpo alle Suore della Passione, come al solito, per lavarlo e prepararlo per la sepoltura. Mi telefona la Superiora. Che mandi subito a riprenderlo, lo porti via, ora, subito. Vado personalmente, la voce della suora mi ha allarmato. Trovo le suore in ginocchio sul pavimento, il letto in mezzo. Scopro la salma. Normale, con gli impiccati: un’erezione indomabile; poi, sa, c’era l’aggravante del rigor mortis. L’hanno dovuto mettere in cassa i miei uomini, così, alla meglio, forzando un po’. Bene: ora occorre assolutamente che Madame si presenti e chiarisca la faccenda del beauty-case: c’è la roba, e c’è che uno dei bisturi da callista è sporco di sangue. Umano.»
Cucina
Ah è lei disse il cuoco. Sorrise forzatamente, continuò a tagliare il mazzo dei porri.
«Sono dovuto uscire per portare il furgone dal meccanico, ecco perché non c’ero. Comunque, è tutto nella valigetta di Madame. Tutto: fuorché il chip, naturalmente. C’è stato un piccolo problema. Poteva essere previsto, conoscendo il tipo. Per recuperare la fascetta aveva dovuto tagliare, mi disse. E va bene. Poi però non ha resistito: si è fatto una pera, lo stronzo, l’hanno beccato che era via di testa, passeggiava sulla Promenade, partito, completamente, col beauty-case al braccio. Ora s’è appeso al lenzuolo: l’avrei strangolato io se non ci riusciva da solo. Rivoglio la roba. È già piazzata. La fascetta col chip… possibile che addosso non gliel’hanno trovata? avranno cercato nel buco del culo? Madame darà delle spiegazioni… le darà eccome se non vuole che le tagli il resto del piede.
Ehi ma che fa! pochi scherzi: giù quell’arnese… basta!»
La mannaia tocca appena la gola. Un fiotto di sangue impregna completamente il grembiule. La porta cigola nel tenue vento della sera.
La bambina
L’aula si stava svuotando. La bambina si attardava per i banchi. Suor Thérése aspettò che tutte le altre fossero uscite. Chiuse la porta. Si guardarono.
«Hai trovato quella cosa?»
«Sì. Era in cucina.»
«Me l’hai portata?» porse la mano.
«No. L’ho messo via.»
«Dove?»
«A casa. Nel freezer. Lo porto domani.»
«Aveva intorno un anellino?»
«No.»
La suora improvvisamente molla un ceffone. Gli occhi della bambina pieni di lacrime.
«Non devi dire le bugie a me, capito? Non mi importa del dito. Ti ho chiesto di cercarlo perché volevo l’anello. Dove l’hai messo?»
«Non c’era, lo giuro, Sorella. Ho guardato bene.»
«Basta. Cercheremo ancora. Non devi parlarne con nessuno, hai capito?»
«Ho capito, sì.»
«Ti avevo detto di venire accompagnata da papà.»
«Papà ieri sera non è rientrato. Ho dormito da mia nonna.»
«Devi buttare quel dito. L’hai nascosto bene?»
«Sì, sotto il ghiaccio, anzi, sotto un pesce congelato.»
«Vai a casa, riprendilo, poi gettalo dal molo. Ma non farti vedere, nessuno deve vederti.»
«Ho capito.»
A casa la bambina trova l’Ispettore con due gendarmi. L’Ispettore ha già scovato l’involtino nel freezer; ora è sul tavolo, in un piatto davanti a lui, si scongela, la carta è macchiata di rosa.
«È tuo, questo?»
«Questo, cosa?»
«Sai benissimo cosa c’è dentro.»
«Non so niente. Chiedetelo a papà.»
«Se vuoi vedere papà devi venire con noi.»
«Cosa è successo?»
«Non sta bene. È rimasto ferito. Lascia la cartella e vieni con noi.»
«È morto?»
«Sì.»
«Chi è stato?»
«Non lo sappiamo. Vogliamo scoprirlo. Tu ci aiuterai.» Dalla tasca

Tuesday, March 10, 2026

Alberto Odone: La lama e l'inchiostro



Dal diario di Alberto Mendoza,

“Il messaggio che mi raggiunse fra i torpidi pensieri d’un pomeriggio afosissimo era stato redatto con la zelante approssimazione tipica dei rapporti di polizia.
La firma che vi compariva in calce era quella del capitano Medina-Alves, vecchio compagno di liceo che a dispetto della mia condizione, continuava ad onorarmi della sua amicizia. Si trattava peraltro d’un rapporto di corrispondenza già consolidato e che si fondava sulla stima che egli generosamente riponeva nelle mie capacità deduttive, capacità che, non senza un certo sarcasmo, il buon capitano riteneva assai acuite dal particolare tipo di ospitalità che la Stato mi offriva. Anche in questo caso, come nei precedenti, si trattava di un crimine, ed in particolare di un omicidio dalla meccanica piuttosto indecifrabile.
Disdissi la consueta partita a scacchi di mezzo pomeriggio col secondino e mi dedicai a sceverare la lettera di Medina-Alves, forte dell’attenzione per le irrilevanze che una lunga permanenza in spazi angusti finisce per imporre e della capacità immaginativa di cui la pratica della scrittura aveva irreparabilmente corredata la mia forma mentale. Esaminare imparzialmente i fatti mi risultò difficile: la vittima era infatti persona per la quale aveva sempre provato una spontanea e ricambiata simpatia, un vecchio libraio ebreo di nome Shlomo Kaminski con il quale s’era instaurato l’inevitabile rapporto di complicità che lega due indi vidui affetti da bibliofilia acuta, di quelli cioè persuasi, come piacque credere a Mallarmè, che il mondo sia fatto per diventare libro.
A dispetto dell’assiduità delle nostre frequentazioni il rispetto che avevamo l’una dell’altra impedì alla nostra relazione di sfociare nelle indiscrete confidenzialità dell’amicizia. I nostri dialoghi furono parchi, spesso fatti solo di ammicchi, di riferimenti: ci esprimevamo indicandoci libri, compulsando pagine, mostrando righe; il sorriso compiaciuto con cui egli mi illustrava qualche rarità appena giunta, il luccichio ingordo dei miei occhi di fronte ad un ‘in folio’ creduto introvabile sancivano la nostra intimità assai più saldamente di ogni convivio.
Solo all’apprendere della sua morte mi accorsi quanto poco sapessi di lui e pure quanto poco mi era bastato saperne: ciò mi rese ancora più doloroso indagarne la memoria. Sulla base delle affidabili testimonianze di due passanti risulta che Kaminski fosse uscito barcollando dal suo negozio, le mani serrate sul ventre e parzialmente nascoste dal nero barracano che era solita portare; sulle prime era stato creduto preda di un malore ad era stato prontamente soccorso, ma la copiosa scia di sangue che si lasciava dietro aveva presto dissuaso anche gli animi più pietosi: il libraio mosse ancora qualche passo per poi accasciarsi proprio dinanzi alla porta che sta al numero 5 di Avenida Carriega, la porta della mia abitazione. Il poco sollecito intervento delle forze di polizia e del personale sanitario lo trovò già prossimo a spirare: causa del decesso, come recita la prosa anodina e banale del rapporto, una lama di venti centimetri confitta all’imboccatura dello stomaco.
Accanto alle inutili notazioni sull’arma del delitto, un coltello a serramanico assai comune fra i gauchas ed oltretutto priva di qualsiasi marca distintiva, campeggiava una chiosa redatta in lapis, in una scrittura nervosa che riconoscevo propria del Medina-Alves dei momenti peggiori: ‘arma non penetrata in profondità’, morte per dissanguamento colpa di mano inesperte, forse debole una donna?”.
Ben conoscendo l’avventatezza dell’estensore mi guardai bene dal considerarlo elemento risolutivo, tuttavia non potei ignorare che si trattava pur sempre delle considerazioni di un uomo assai esperto di crimini, e che, sopra ogni cosa, non potendo esaminare di persona il cadavere, la vista di Medina-Alves e, purtroppo, anche la capacità di giudizio da essa inseparabile, erano l’unica via d’accesso ai fatti a me

Friday, February 20, 2026

Franco D’Emilo: L'uomo degli atti criminali

 

Troppe cose non lo convincevano e Tozzi continuava ad esaminare con attenzione il materiale raccolto sul quel caso strano e assurdo che assumeva sempre più i contorni del mistero. Tutto era iniziato lunedì mattina, verso le 7.00, quando Renzo Falasconi, custode dell’Archivio di Stato di Rimini, pochi giorni alla pensione, disinserito il sistema d’allarme, aveva iniziato il consueto giro d’ispezione degli uffici e delle sale di deposito; una mattina come tante in quarant’anni di servizio ed un’ispezione che, da sempre, rispondeva più ad uno scrupolo burocratico che ad una reale esigenza di sicurezza. La bocca ancora legata dal trebbiano, sparso con generosità sulla rustida di pesce della domenica sera con gli amici, Falasconi quasi assaporava la ritualità di quel suo, incarico d’inizio settimana: il controllo degli ingressi e delle finestre con grate, la verifica degli impianti elettrico e d’allarme e, infine, l’ispezione dei depositi con le raccolte di antiche pergamene e stampe d’epoca, gli atlanti catastali del ’700 acquerellati a mano e gli archivi gentilizi, ricchi di preziosi manoscritti, incunaboli e rare edizioni. Ep pure, l’operosità tranquilla del vecchio custode s’era raggelata nella paura all’ingresso nella quarta sala quando il suo sguardo aveva colto quell’uomo in jeans, maglietta ed espadrillas nere ai piedi, seduto per terra, la schiena contro la scaffalatura, gambe in avanti e braccia lungo i fianchi, la testa reclinata, un borsello di tela a tracolla della spalla sinistra. Un brivido aveva scosso Falasconi e sciolto la sua bocca dalle catene del trebbiano; il grido all’indirizzo dell’uomo era rimasto senza risposta ed il custode, avvicinandosi con la cautela di chi nella paura deve farsi coraggio, s’era accorto come quel corpo giacesse freddo, inerte e senza respiro.
Col cuore in gola Falasconi era volato di corsa al telefono nell’ufficio del direttore, la mano a digitare il 113 e l’occhio all’ingresso della stanza, quasi che da un momento all’altro quell’uomo potesse profilarsi nel vano della porta. Erano trascorsi interminabili secondi d’attesa, la cornetta nell’artiglio freddo della mano, prima che la risposta del piantone facesse dilagare lo spavento di Falasconi in un confuso grido d’aiuto dal quale il poliziotto strappò a stento le indicazioni utili al pronto intervento. Pochi minuti ed una volante con Tozzi, commissario di turno, e due agenti s’era inchiodata in via Gambalunga, davanti al portone con battenti leonini, dove attendevano il custode e il direttore dell’Archivio di Stato, una giovane sciapita, con i capelli corti ed il viso pallido ed occhialuto da mezza suorina.
«Tozzi.»
«Stanzani, direttore dell’Archivio» ed una mano umida come una biscia s’era mollemente abbandonata nel palmo di Tozzi che l’aveva stretta con energia, quasi volesse scuotere quelle malinconiche diottrie. «Il signor Falasconi, il custode che ha scoperto l’accaduto» e un gesto della biscia, di nuovo libera, indicò il poveretto ancora impaurito, ma simpatico nella sua figura asciutta, lo sguardo vivace e due baffi di vigoroso pelo romagnolo. Per Tozzi la settimana iniziava davvero male: innanzitutto era cominciata senza nemmeno un caffè che lo scuotesse dal relax della “Domenica-paga pegno” con Tina, sempre discreta e adorabile nel suo pendolarismo di fine settimana tra Firenze e Rimini; poi, c’era stato l’incontro con la mezza suorina che, dopo Tina, era come cadere dal settimo cielo e infine, quell’odioso eufemismo: l’accaduto! «Allora, vogliamo vedere questo “morto accaduto”?» Aveva sibilato il commissario, avviandosi nel dedalo di corridoi e sale dell’archivio. Gli agenti fecero entrare solo Tozzi e lì, nella quarta sala, nel cattivo odore di muffa e polvere impastate dall’umidità, il commissario trovò il morto così come lo aveva visto il custode; sui trentacinque anni, moro, media altezza, di corporatura robusta ma atletica, l’uomo si sarebbe detto solo assopito contro la scaffalatura stipata di filze, che sul dorso ingiallito recavano una scritta corrosa e sinistra:
“Atti Criminali – Santarcangelo di Rimini”. Intorno un gran disordine: registri, buste, fascicoli di documenti giacevano a terra un po’ in tutta la sala, come se l’uomo, si presumeva il morto, si fosse accanito contro tutti gli archivi custoditi in quel deposito; era davvero difficile capire, o perlomeno intuire, cosa quell’uomo potesse aver cercato. Tozzi si piegò sul morto e ne vide le labbra serrate in una smorfia, gli occhi sbarrati e, sul collo, un rivolo rappreso di sangue giù da un’escoriazione sulla parte sinistra della nuca. «Cosa cercava quest’uomo? Come aveva fatto ad entrare senza nessuna effrazione e con il sistema d’allarme inserito?» e, intanto, Tozzi considerava la figura trasandata del morto con un orec chino al lobo sinistro ed un anello d’argento a forma di serpente stretto al medio destro; quel look

Tuesday, February 10, 2026

Giuseppe Toni: Elioppido e la notte della civetta

 


Quell’anno, 1925, l’estate non finiva più e il settembre, col suo tepore, invitava a godere i piaceri della campagna, che erano fatti di cose semplici ma saporite. Le uve dolci, pigiate dalle giovani contadine, che con spavalderia avevano nell’occasione sfoggiato nudità molto attraenti, generalmente tenute coperte, bollivano già nei tini attirando nugoli di moscerini e sciami di api. Nell’aria si sentiva il profumo del mosto, un profumo appiccicoso che diventava più intenso nelle vicinanze delle cantine. La “corina”, che non tirava da tempo, nella seconda quindicina del mese cominciò a farsi sentire e a portare folate bollenti sature di un odore inconfondibile proveniente dai maceri, dove veniva lavata la canapa. Gli abitanti di Elioppido erano orgogliosi della loro campagna che si estendeva fra due fiumi, ai quali andava il merito di averla resa particolarmente fertile. Elioppido aveva alle spalle una storia dalle origini lontanissime preromaniche; nel Rinascimento il suo “Castello” era stato un centro verso il quale avevano gravitato fiorenti interessi e personaggi famosi come Caterina Sforza e Leonardo da Vinci. Circondato da un fossato profondo, munito di ponte levatoio, dotato di una Rocca dalla mole maestosa sovrastata da un’alta torre, costituiva un vero capolavoro di architettura e un piacevole luogo di soggiorno. La Rocca era stata rifatta, secondo un disegno di Battista Covo, nel 1532 per volontà di Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga, la marchesa mantovana che al Rinascimento italiano aveva dato eccezionale impulso e che al suo feudo di Elioppido, per due anni sua stabile residenza, aveva fatto conoscere un periodo di particolare splendore. Per trovare una spiegazione al nome di “Elioppido” (castello del sole) occorre por mente che nel suo territorio vi era, prima che arrivassero i Romani, un Sacellum Solare e cioè un tempietto dedicato al dio Sole. Nel V secolo prima di Cristo gli Etruschi costruirono molti oppida (campi fortificati) uno di questi potrebbe essere il nostro Elioppido; non a caso è costruito con il caratteristico sistema di questo popolo, vale a dire all’incrocio fra due strade. Ad Elioppido esiste un canale detto Canale dei Molini che fu costruito alcuni secoli or sono per far funzionare le macine di alcuni mulini, per alimentare maceri e

Tuesday, January 20, 2026

Cynthia Stewart-Copier: Un ultimo desiderio



Il nostro primo miracolo accadde all’inizio del nuovo anno: in gennaio, per essere esatti. Si trattò di un avvenimento simbolico per molti versi. Il primo dell’anno, un nuovo inizio, un occasione per ricominciare. Aspettative, speranze, sogni, e obiettivi. Il momento perfetto per i miracoli.
Ho sentito dire che non esistono piccoli miracoli. E i nostri non sarebbero stati piccoli. Avremmo imparato importanti lezioni di vita che ci avrebbero cambiato in modo ancora difficile da comprendere. L’anno precedente avevamo dovuto affrontare molte perdite. Il fallimento dei nostri affari di famiglia, il dissesto delle nostre finanze, la perdita della casa della nostra famiglia e, quel che più conta, il crollo dei nostri sogni. Sì, quell’anno ci aveva lasciati nella penuria e nell’umiltà, ma la lotta ci aveva reso più forti e più saggi.
Il fatto che iniziasse un nuovo anno ci emozionava. Mai avevamo posseduto così poco e creduto così tanto che il nuovo anno, il 1994, doveva essere il nostro anno. Un anno di ricostruzione, di guarigione e recupero. Comunque, nulla di ciò che avevamo sognato o pianificato avrebbe potuto prepararci per gli eventi che presto avrebbero avuto luogo.
Faceva freddo ed era scuro quella particolare sera di gennaio quando mio marito, Cal, la sentì per la prima volta. Avevamo intrapreso una nuova attività e Cal stava lavorando da solo in uno degli uffici del retro. Improvvisamente udì la voce di una bambina che chiamava: “Papà... Papà... Papà”. Pensando che la bambina si fosse persa, la cercò fuori dall’ingresso, persino nel parcheggio. Non trovando nessuno, ritornò nel suo ufficio per terminare il lavoro. Poi sentì di nuovo la voce della bambina: “Papà... Papà... Papà”. Poiché era solo in ufficio, Cal cercò di trovare una spiegazione logica. Quando quella sera rientrò a casa, mi parlò di ciò che era accaduto. Sembrava sbalordito, comunque nessuno di noi due fu in grado di darsi una risposta; così presi dagli impegni della famiglia, rivolgemmo la nostra attenzione ad altre responsabilità.
Fu solo pochi giorni dopo, un tranquillo pomeriggio in cui eravamo in casa, quando lei arrivò. Cal stava guardando una trasmissione sportiva alla televisione al piano di sotto; io ero di sopra che cercavo di venire a capo di un progetto. Improvvisamente sentii Cal correre su per le scale e prima ancora che entrasse nella stanza potei sentire il suo respiro affannoso. Bianco come un lenzuolo e tremante si avvicinò a me. A causa della fretta di raccontarmi che cos’era accaduto le parole si accavallavano. Era seduto nella sua poltrona a

Saturday, January 10, 2026

Nora Lynn: Mortadella dal Paradiso



Mia nonna non era affatto il tipo di nonna tutta “torte fatte in casa e lenzuola ricamate”.
Aveva vissuto gran parte della propria vita da vedova, con due figlie, lavorando duramente da professionista in un mondo poco abituato a questo genere di cose. Donna del sud dotata di notevoli mezzi, aveva assunto una domestica per crescere mia madre e mia zia, prendendo le distanze dalle occupazioni quotidiane e dall’allevare i figli. Era formale, distaccata, quasi vittoriana e profondamente poco incline alla vita domestica. Fin dalla mia infanzia l’avevo chiamata “Nonna” in un modo in cui era chiaro che stavo usando la “N” maiuscola.
Certamente non sapeva come trattare una nipotina, una bambina che veniva da Winder, in Georgia, per una visita che si sarebbe protratta per una settimana. La vita di mia nonna si svolgeva tra gli adulti, a partire dai mobili squadrati e ricchi di intarsi e l’intoccabile pianoforte del salotto, alla sua abitudine di vivere in luoghi solitari, mangiando spesso fuori. La presenza di nipotini avrebbe complicato la sua routine.
La colazione era abbastanza semplice: cereali. E si poteva sempre uscire a cena. Ma il pranzo era insidioso e se lei, spesso, lo saltava, questa soluzione non sarebbe stata possibile per un bambino in fase di crescita. Per la breve durata di quelle visite estive, fece il meglio che poteva per superare la sua mancanza di interesse e abilità culinari.
Panini caldi con la mortadella erano la soluzione ideale. A mezzogiorno, mentre lei cucinava, io me ne stavo seduta sul piano smaltato del tavolo bianco accanto ai fornelli. Quella superficie liscia mi rinfrescava le gambe abbronzate, mentre facevo ciondolare i piedi nel vuoto. Il rumore di porte sbattute e gli strilli dei nipotini dei vicini che giocavano nella calura del sole a picco arrivavano fino a me dalla finestra aperta dietro alle mie spalle.
Amavo il rituale di preparazione dei panini almeno quanto il cibo in se stesso. Il mio compito era di rimuovere con grande attenzione la pelle rossa e gommosa da ogni fetta di mortadella. La nonna poi la metteva in una padella di ferro pesante, bollente, e ne cuoceva solo una fetta per volta. La osservavo attentamente fino a che arrivava la parte migliore: quando la mortadella si gonfiava nel centro formando una specie di cuffia da bagno rosa. Con grande forza la nonna cancellava quel rigonfiamento con due colpi professionali assestati

Saturday, December 20, 2025

Graziano Gessi: Una sera d'inverno


E’ una serata d’inverno e il cielo è di un grigio triste. Mi ritrovo a passare in quello che era il mio vecchio quartiere. Tutto è cambiato, osservo e ricordo.
Quegli alti palazzi di cemento grigio, edilizia popolare di periferia.
Quella strada che aspettava da anni di essere finita, arrivava dal nulla e finiva nel nulla contro mucchi di ghiaia, era in  terra  battuta, cordone perimetrale del nostro palazzo.
Da un lato mura di cemento, dall’altro in lontananza si poteva vedere la città, con le luci e i suoi colori, di fianco una fila interminabile di baracche di lamiere e di assi di legno, piccoli orti coltivati con cura,   testimoni di quel cordone ombelicale mai tagliato con l'anima contadina.
Lì vicino una vasta  area che era servita come deposito di terra, discarica ora abbandonata, tagliata in due  da un  profondo canale, una fogna a cielo aperto, tra quei mucchi di terra e rifiuti passavamo le nostre giornate.
Quelle colline erano per noi fortini da espugnare, vette da conquistare, posti da esplorare: ciò che era rimasto dopo lo scoppio della terza guerra mondiale, o l’arrivo dei marziani. Quell’acqua nera e putrida per noi era il Rio delle Amazzoni, il Rio Grande, o solo  il posto dove gareggiare con  le barche di carta e tirare i sassi ai ratti, e tutti prima o poi ci siamo  finiti dentro fino alle ginocchia. 
Una cosa di cui solo noi che abitavamo in quel posto potevamo godere era la “Fonderia Arcelli” che, a dispetto degli  anni Ottanta, che erano ormai prossimi, funzionava ancora a pieno ritmo e la fornace era alimentata a carbone, guardare Aldo, il proprietario, che ha mani nude buttava lingotti di ghisa nella bocca della fornace, era come guardare da vicino la porta dell’inferno, la sua figura spiccava nera contro la luce abbagliante della fornace. Dal capannone usciva un denso fumo nero, la fuliggine che la nebbia rendeva più spessa si depositava su ogni cosa e nei nostri polmoni; nelle calde giornate estive si poteva scegliere: tenere le finestre chiuse e arrostire in quei forni di cemento, o lasciare entrare quel poco d’aria e il grigio fumo della fonderia.
Ma nessuno nato nel quartiere si lamentava più di tanto, Aldo e sua moglie Mariuccia erano persone cordiali e sempre disponibili, era impossibile non amarli.
Noi ragazzini sbirciavamo all’interno di quei vetri sporchi, ricordo le sagome di quegli uomini: braccia robuste, i loro occhi rossi come braci,  che spiccavano sui volti neri come il carbone.
Quando si apriva la  bocca del forno era come un orrido mostro che vomitava ghisa incandescente che fuoriusciva con un bagliore accecante, tagliava il buio come un coltello. I lapilli infuocati toccavano il basso soffitto, il rumore assordante  e le grida degli uomini al lavoro davano a quell'ambiente un aspetto infernale.
Il piazzale usato come deposito del carbone era l’unico posto abbastanza ampio per giocare una partita a pallone, alla fine eravamo impolverati e neri come corvi.
II basso capannone di lamiera esiste ancora, la fonderia è ormai chiusa da un pezzo, la neve ha reso bianca ogni  cosa, anche il piazzale del carbone, il canale è stato chiuso e le nostre colline spianate per far posto a un ampio parcheggio di un centro commerciale. 
Gli orti sono diventati giardini e oltre una fila di villette, la strada non è più bianca, è stata asfaltata e non finisce più contro un mucchio di ghiaia, ma arriva direttamente in centro, è ora una via di intenso traffico.
Un’auto passando mi schizza sui piedi della fanghiglia scura e trent’anni di vita.