Tuesday, October 20, 2026

Leonardo Franchini: La garanzia


«Devono arrivare a minuti. Forse sono già qui». Konstantin Ivanovic, il direttore, sembrava imbarazzato. Considerava il lavoro degli uomini del KGB una intrusione bella e buona. «È meglio che vi fermiate, Stefan Andreevic.
Potrei aver bisogno del vostro consiglio.»
«Loro non saranno d’accordo» obiettò Stefan Andreevic Dobrov.
«Questo è il mio ufficio, non il loro!» ribatté il direttore.
«Qui non possono dettare legge!»
«Va bene» disse Dobrov, conciliante «sono pronto a collaborare.»
La porta si aprì in quel momento. Vera Alexeevna, la segretaria, faceva scudo e tentò di parlare, ma il primo dei due uomini dietro di lei la scostò con una mano, dicendo:
«Va bene, va bene. Sappiamo la strada».
Arrivati in mezzo alla stanza, i due si fermarono. Il più anziano, sicuramente il più alto in grado, aveva gli occhi molto chiari ed era piuttosto stempiato. Ma questo non gli creava alcun complesso. Aveva l’aria inquisitrice, al contrario del suo collega che, sotto i capelli neri, folti e piuttosto unti, mostrava una faccia del tutto inespressiva. «Bene adesso siamo qui, e allora è inutile perdere tempo» esordì il funzionario del KGB.
«Sono d’accordo, compagno Britov» ribatté il direttore, facendo cenno ai due di prendere posto sulle poltroncine davanti al suo tavolo. Dobrov era in piedi vicino al lungo mobile che occupava la parete di fronte alle finestre.
«Lui se ne può anche andare» disse Britov, accennando a Stefan Dobrov con un movimento della spalla.
«È il mio assistente. È al corrente di tutto» rispose il direttore, sulla difensiva.
«Un altro al corrente di troppe cose» commentò Britov, senza curarsi di nascondere il suo disprezzo. Il collega, Belev, frugò nelle tasche e ne tolse un pacchetto cincischiato di Malboro, fabbricato su licenza in Bulgaria. Il direttore cercò di richiamare la sua attenzione sul cartello che pendeva alla parete dietro le sue spalle: FUMARE NON È OBBLIGATORIO.
Ma l’uomo lo ignorò e accese una sigaretta, quasi subito imitato dal collega.
«Bene, se è al corrente di tutto, chissà che non abbia una bella spiegazione» continuò Britov, dopo aver tirato qualche boccata «e magari potrebbe dirci anche come si chiama e tutto il resto». Il direttore stava per aprire bocca, ma l’uomo del KGB, Belev, lo precedette:
«Stefan Andreevic Dobrov, detto “il conte”. La famiglia era effettivamente di nobiltà zarista. Trentadue anni. Laureato in economia all’Università
Lomonosov e diplomato all’Istituto per le Relazioni Internazionali. Gioca a scacchi e pratica molti sport. Ha una passione per la musica ed una amante che si chiama Larissa Dontseva. Mezzosoprano al teatro dell’Operetta. Sta aspettando il visto per andare in Etiopia come consigliere economico.»
«Fa piacere sapervi così informati» mormorò Dobrov, educatamente. «Mi dà un senso di calore e di protezione.»
«Uhm, anche spiritoso» sbuffò Britov. «Cos’è questa storia della famiglia?»
L’accenno alla nobiltà evidentemente lo infastidiva.
«È uno scherzo fra colleghi» dichiarò Konstantin Ivanovic.
«La sua famiglia fu riabilitata da Lenin in persona. E comunque si tratta dei

Sunday, October 18, 2026

Luise Adolpha Le Beau

(Rastatt, 25 April 1850 - Baden-Baden, 17 July 1927)

 
Famosa pianista, Luise Adolpha Le Beau raccoglie successi particolarmente felici anche come compositrice nonostante le diffidenze e i pregiudizi ancora vivi nella seconda metà del XIX secolo nei confronti delle donne che scrivono musica. 
Dotata di grande talento, riuscì ad emergere anche come compositrice in un secolo in cui la creatività femminile non veniva considerata ed era perciò difficile per una donna diffondere le proprie opere.
Luise Le Beau nasce a Rastatt, granducato di Baden, figlia unica di una famiglia di origine francese; il padre è un alto ufficiale dell’esercito, musicalmente preparato. Dotata di grande talento, Luise impara dal padre a suonare il pianoforte e da lui riceve una prima formazione teorica di base; completa gli studi con Jan Kalivoda e presso un istituto femminile privato.

Luise Le Beau inizia a comporre musica all’età di 15 anni; come pianista esordisce nel 1868 eseguendo il Concerto in mi bemolle maggiore di Beethoven e il Concerto in sol minore di Mendelssohn. Per qualche tempo studia con Clara Schumann poi, esortata da Hans von Bulow che aveva apprezzato alcuni suoi brani, si trasferisce a Monaco di Baviera per completare la sua formazione con Joseph Rheinberger, in quegli anni uno dei migliori insegnanti di contrappunto e armonia.

La permanenza a Monaco segna un periodo estremamente ricco di soddisfazioni; Luise ottiene grande successo con il Trio per archi e pianoforte Op. 15 scritto sotto la supervisione di Rheinberger, vince numerosi premi di composizione, e, nonostante sia un compositore donna, le sue opere trovano sempre echi favorevoli negli ambienti musicali. Durante alcuni suoi concerti incontra Brahms, Liszt e Hanslick; nel 1877 Le Beau inizia una tournée in Baviera dove, con il soprano Aglaja Orgeni e la violinista Bartha Haft, propone sue composizioni.
Dal 1878 collabora con la rivista Allgemeine Deutsche Musik-Zeitung di Berlino; in quello stesso anno avvia un corso privato di teoria musicale destinato alle ragazze delle famiglie benestanti. Nel 1885 ritorna a Baden-Baden; continua a comporre e a prendersi cura dei suoi anziani genitori.

Di questi anni si ricordano in particolare la Sinfonia per orchestra Op. 41 e il poema sinfonico “Hohenbaden”, terminato nell’estate del 1897. L’ultima sua grande opera da camera è il Quintetto per archi Op. 54 del 1901.
Luise Le Beau vive in Italia tra il 1906 e il 1910, poi trascorre gli ultimi anni della sua vita a Baden-Baden, ancora suonando in concerti, insegnando e scrivendo recensioni per il giornale locale. Scrive anche la sua autobiografia che pubblica nel 1910 con il titolo “Memorie di un compositore”.

Lo stile di Luise Le Beau è conformato agli insegnamenti di Rheinberger, tuttavia in parte se ne allontana assumendo connotazioni del tutto personali; un esempio lo abbiamo nella Sonata per pianoforte e violoncello Op. 17 dove la forma classica iniziale si diluisce in uno stile più romantico man mano che procede l’esecuzione.

 

Saturday, October 10, 2026

Luisa Marchi: Complici



La nascita dei gemelli, due maschi, fu un avvenimento per la piccola città dove non succedeva mai niente di notevole. Tutti trovarono che era qualcosa di cui andare orgogliosi e si complimentarono con lei, Alberta, la madre.
Lei sorrise. Aveva già pronto quel sorriso da quando, dopo l’ecografia, le avevano detto che avrebbe avuto non un figlio ma due. Lei e Walter, suo marito, aspettavano da sette anni quel figlio, che invece non sarebbe stato uno. Avevano fatto delle cure, si erano fatti leggere la mano, avevano pregato perfino. Adesso Walter era eccitatissimo, parlava e parlava.
Esibiva, trionfante, i gemelli ai parenti ed agli amici, rideva ogni momento, senza un ragionevole motivo, diceva sciocchezze.
«Due in un colpo solo, bel colpo eh Alberta? Tu che volevi una famiglia numerosa hai cominciato bene e per un po’ sei a posto!»
Alberta lo guardava agitarsi tanto e stava zitta. Provava un po’ di pena per lui ed un po’ di rabbia.
Essendo figlia unica aveva sempre sognato di avere molti figli, anche quattro forse. Questi figli ipotetici li aveva già amati con l’immaginazione, uno per uno, in un modo che aveva ritenuto splendido.
Sentiva come sarebbe stato, cosa sarebbe avvenuto dentro di lei. Ogni volta il suo amore di madre sarebbe sbocciato lentamente ma fortemente e ad ogni nascita si sarebbe rinnovato, forse moltiplicandosi, forse dilatandosi, ma soprattutto sarebbe rimasto imparziale.
“Ognuno di loro sarà il mio preferito” pensava e si compiaceva di questo pensiero. Lo riteneva bello, saggio, quasi sublime. Pensava che ogni madre, degna di esserlo, così avrebbe dovuto amare i propri figli.
Ma ciò che stava provando adesso con i gemelli non era niente dì simile.
«Sono identici, sai, perfettamente identici!» continuava a ripetere Walter estasiato. I nomi erano già stati scelti, Marco e Marcello, ed una nonna già li aveva ricamati sopra i golfini che erano comunque di colori diversi.
«Vestiremo Marco sempre di azzurro e Marcello sempre di bianco, sarà divertente, no? Finché loro stessi non avranno imparato il proprio nome» sghignazzava Walter.
«Glielo insegneremo subito, come si fa con i cani» disse Alberta «in modo che girino la testa quando si pronuncia “quel” nome e così li distingueremo anche noi. Altrimenti è impossibile distinguerli.» La sua voce suonò acuta ma sottile. Walter pensò che non era stata una battuta felice quella di Alberta, molto grossolana, anzi.
Come poteva venirle in mente di paragonare i propri figli ai cani? Alberta era sempre stata gentile, sensibile e piena di tatto in ogni occasione, ma adesso era stranamente cambiata.
«Sarà stato il trauma del parto o voleva scherzare» pensò generosamente. Le voleva bene.
Appena le fu possibile Alberta mise i due bambini sul letto, uno vicino all’altro. Li spogliò completamente e rimase a contemplarli a lungo. Se ne stavano quieti, senza dormire ma senza piangere, inerti e indifferenti al suo sguardo intenso. Poi si mise ad esaminarli minuziosamente, pezzetto per

Sunday, October 4, 2026

André Gedalge

 

(Parigi, 27 dicembre 1856 – Chessy, 5 febbraio 1926)


André Gedalge nacque al 75 di rue des Saints-Pères a Parigi, dove lavorò inizialmente come libraio ed editore, specializzandosi in libri di premio per le scuole pubbliche. Durante questo periodo, lui e suo padre pubblicarono libri di Marie Laubot ed Edmond About per la Librairie Gedalge.
Nel 1886, all'età di 28 anni, entrò al Conservatorio di Parigi. Nello stesso anno vinse il Secondo Prix de Rome. Studiò con Ernest Guiraud, professore di contrappunto e fuga, che era stato anche insegnante di Jules Massenet.

Nel 1891, Gedalge compose la partitura per Le Petit Savoyard, una pantomima in quattro atti rappresentata al Théâtre des Nouveautés. Nel 1895, Pris au Piège vinse il Prix Cressant. Nel giugno del 1900, il suo balletto in un atto Phoebé debuttò all'Opéra-Comique. Compose il Quatuor d'archet, Les Vaux de Vire (una raccolta di mélodies), canzoni per bambini e tre sinfonie. Queste illustravano il suo orgoglioso motto: "Né letteratura, né pittura", che definiva la "musica pura". La sua Terza Sinfonia in Fa maggiore e il suo Concerto per pianoforte e orchestra (scritto nel 1899) furono considerati capolavori della musica francese. Dal 1905 insegnò contrappunto e fuga al conservatorio.
Fu maestro di George Enescu, Maurice Ravel, Arthur Honegger, Darius Milhaud, Jacques Ibert, Florent Schmitt, André Bloch e Charles Koechlin.
Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, Gedalge fu sindaco di Chessy, nella Senna e Marna, dove morì e fu sepolto in seguito.

Gedalge compose opere e balletti, quattro sinfonie, un concerto per pianoforte e orchestra, musica da camera ed alcune mélodies; il suo nome è ricordato soprattutto per una sua importante opera teorica, il Trattato della fuga, ancora oggi correntemente (e tristemente) utilizzato nei conservatori.

La Terza Sinfonia in Fa maggiore fu diretta per la prima volta il 27 febbraio 1910 dal suo amico Gabriel Pierné; è dedicata a un altro amico, Gabriel Fauré. Pierné la dirigerà molte volte, anche all'estero. È l'opera più conosciuta (a un pubblico ristretto)!
A proposito della Terza Sinfonia , notiamo l'epigrafe: "Né letteratura né pittura", così come il commento nel programma di giovedì 14 febbraio 1929 dei Concerti Straram: "Con ciò, André Gedalge non intendeva ribellarsi propriamente all'estetica impressionista, ma semplicemente dimostrare che era possibile, anche allora, scrivere una musica che portasse in sé la sua ragion d'essere [...] Tutto canta nella sua orchestra, e si potrebbe dire, così elegante è il tracciato di ogni linea, che non contiene parti secondarie. Ma si noterà che nulla, tranne ciò che potrebbe essere di cattivo gusto, è escluso da questa ricca fioritura: la purezza del disegno si unisce a una sorprendente vivacità ritmica, e la strumentazione stessa, dove appare l'oboe d'amore, ci mostra con quale serenità André Gedalge sapeva "disprezzare il disprezzo".

La lettera scritta a Charles Koechlin l'8 aprile 1912 è essenziale per comprendere il pensiero e la scrittura di questo musicista, rimasto ai posteri più come un insegnante che come un compositore.
Il 31 maggio 1910 l'Accademia di Belle Arti gli assegnò un premio di 3.000 franchi per la Terza Sinfonia .