Monday, August 24, 2026

Personaggi specchio: Frida Kahlo - di Elisa Rubini

 

Personaggi specchio: Frida Kahlo

Figure di ieri e di oggi che continuano a raccontarci chi siamo

 

di Elisa Rubini



 


La rubrica “Personaggi specchio” nasce per raccontare figure di epoche diverse, alcune lontane e altre vicine a noi, che continuano a parlare al presente senza bisogno di essere trasformate in modelli perfetti. Possono appartenere all’arte, alla letteratura, alla musica, al cinema, alla cultura popolare o alla storia contemporanea, ma hanno in comune una caratteristica precisa: nelle loro vite riconosciamo domande che non sono finite con il loro tempo. Identità, immagine pubblica, fragilità, talento, amore, ferite, contraddizioni e desiderio di lasciare un segno diventano così il punto di partenza per osservare non solo il personaggio, ma anche il modo in cui noi lo guardiamo.

 

Frida Kahlo è una figura adatta per aprire questo percorso perché la sua immagine è ancora fortissima e, allo stesso tempo, rischia spesso di essere semplificata. Il suo volto è diventato riconoscibile anche fuori dai musei: i fiori tra i capelli, le sopracciglia unite, gli abiti tradizionali messicani, lo sguardo frontale e severo. Questa fama, però, può essere ingannevole. Quando una persona reale diventa icona, la sua complessità viene facilmente ridotta a simbolo decorativo. Frida non fu soltanto un’immagine potente, né una donna da raccontare con frasi generiche sulla forza e sulla sofferenza. Fu un’artista vera, una personalità difficile, una donna ferita nel corpo, orgogliosa della propria identità, capace di trasformare la propria esperienza in pittura senza cancellarne le zone più scomode.

 

Nata a Coyoacán nel 1907, Frida Kahlo visse una vita segnata da problemi fisici, passioni intense e scelte artistiche profondamente personali. Dopo il grave incidente in autobus del 1925, iniziò a dipingere con maggiore continuità durante la lunga convalescenza. Da quel momento il corpo diventò uno dei centri della sua opera, non come elemento da nascondere o abbellire, ma come luogo di verità. Nei suoi autoritratti non cerca una bellezza rassicurante e non costruisce un’immagine docile di sé. Si mostra intera, anche quando porta sulla tela il dolore, la fragilità, la solitudine, la maternità mancata, il desiderio, la gelosia, l’orgoglio e la paura.

 

Proprio per questo Frida parla ancora al nostro presente. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine personale viene controllata, ritoccata, esposta e consumata con una velocità enorme. Frida, molto prima dei social, aveva già compreso che mostrarsi è un atto complesso. I suoi vestiti, le acconciature, i gioielli e la postura non erano dettagli casuali, ma parte di una costruzione consapevole della propria identità. Non significa che fingesse; significa che sapeva usare l’immagine come linguaggio. Questa è una delle ragioni della sua modernità: Frida non separa mai del tutto verità e rappresentazione, intimità e scena, dolore privato e presenza pubblica.

 

Sarebbe però un errore raccontarla solo come simbolo di libertà. Frida fu coraggiosa, originale e artisticamente potente, ma non fu una figura senza ombre. Ebbe rapporti sentimentali complicati, visse un legame tormentato con Diego Rivera, conobbe dipendenze emotive, gelosie, eccessi e contraddizioni. La sua forza non cancellò la vulnerabilità, così come il talento non la rese immune dagli errori. Guardarla in modo realistico significa riconoscere entrambe le cose: la grandezza dell’artista e la complessità della persona. Se la trasformiamo in una santa del dolore o in un manifesto perfetto di emancipazione, perdiamo proprio ciò che la rende interessante.

 

I suoi pregi restano enormi. Frida seppe dare forma visiva a esperienze che per molto tempo erano state considerate troppo intime, troppo fisiche o troppo femminili per stare al centro dell’arte. Portò sulla tela il corpo ferito, la malattia, il desiderio di maternità, l’identità culturale, il rapporto con la morte, la sensualità e la sofferenza senza chiedere permesso allo sguardo altrui. La sua pittura non addolcisce ciò che fa male e non cerca di rendere elegante tutto ciò che è difficile. Anche quando l’immagine è costruita con cura, resta una tensione viva tra bellezza e ferita.

 

Il suo difetto più evidente, o almeno uno dei più umani, fu forse la tendenza a vivere intensamente fino a consumarsi dentro i propri legami, le proprie idee e la propria immagine. Frida poteva essere teatrale, possessiva, dura, contraddittoria. Non sempre la sua libertà coincideva con serenità, e non sempre la sua fierezza la proteggeva dalla dipendenza affettiva. Questo non diminuisce il valore della sua opera; al contrario, impedisce di trasformarla in una figura piatta. Le persone che restano davvero nella memoria raramente sono semplici, e Frida non lo fu mai.

 

Oggi il suo nome continua a circolare tra mostre, libri, oggetti, citazioni e immagini popolari. A volte questa diffusione avvicina nuove persone alla sua arte; altre volte rischia di svuotarla, riducendola a un’estetica colorata e facilmente vendibile. È qui che Frida diventa davvero necessaria per una rubrica come questa: non perché offra una lezione comoda, ma perché obbliga a distinguere il mito dalla persona, l’icona dall’artista, la forza dalla posa, la sofferenza dalla retorica.

 

Frida Kahlo resta attuale perché non permette uno sguardo pigro. Chi la osserva davvero trova una donna capace di grande bellezza e di grande fatica, una creatrice potente e una persona fragile, un simbolo mondiale e un essere umano attraversato da limiti reali. In questo sta la sua forza più duratura: non nel sembrare perfetta, ma nel continuare a mostrare quanto ogni identità sia fatta di luce, ferita, scelta, contraddizione e bisogno di essere riconosciuta senza essere semplificata.

Thursday, August 20, 2026

Giovanni Zucca: L’amanuense


 

L’uomo dai capelli biondi si chiama Ruiz. Tre settimane prima si chiamava Porta e prima ancora Basso, Rosas, DeLongo… nessuno di questi nomi è il suo, tutti gli si adattano. Nel suo lavoro i nomi contano poco. Ciò che conta è la prontezza della mente, l’acutezza dello sguardo, la velocità delle mani. Adesso si trova nel parcheggio sotterraneo di un palazzo del centro, chino sul motore di una 131 col cofano aperto. Indossa una tuta da meccanico con il nome di una autofficina sulla schiena. Ogni tanto pesca un attrezzo nella cassetta metallica accanto ai suoi piedi. Immerso nel suo lavoro, l’uomo dai capelli biondi sembra ignorare il via vai intorno a sé, del resto assai ridotto a quell’ora. Quando vede spuntare dall’ascensore il volto dell’uomo che sta attendendo, non ha reazioni. Si lascia soppesare da quello sguardo miope, che non nasconde la paura. Ignora i movimenti dell’altro che, dopo aver scrutato tutto il parcheggio fin negli angoli più bui, si sta dirigendo a passo svelto verso una BMW nera, parcheggiata a poca distanza dalla 131.
L’altro gli passa accanto, gli lancia un’occhiata sospettosa, si alza il bavero dell’impermeabile. L’uomo dai capelli biondi si tira su, appoggia il cacciavite che ha in mano e si massaggia le reni con una smorfia di sofferenza. L’altro è accanto alla BMW, si fruga in tasca alla ricerca delle chiavi. L’uomo dai capelli biondi si china sulla cassetta degli attrezzi, si rialza, pronuncia il nome dell’altro.
Per un istante la scena assume l’immobilità di una foto. La luce ineguale del sotterraneo, due sconosciuti che si fissano, tra loro una pistola che termina in

Tuesday, August 18, 2026

Hans Gál

 

(Brunn am Gebirge, 5 agosto 1890 – Edimburgo 3 ottobre 1987)


Pianista, compositore e musicologo austriaco, affermatosi giovanissimo a Vienna e attivo a Magonza, riesce a preservare la propria brillante carriera minacciata dal nazismo emigrando nel Regno Unito; nel dopoguerra si apprezzano in particolare le sue autorevoli monografie su Brahms, Wagner, Schubert, Schumann e Verdi.

Nato nella cittadina di Brunn am Gebirge da genitori di origine ebrea, Hans Gál studia pianoforte con Richard Robert e composizione con Eusebius Mandyczewskz; si laurea all’Università di Vienna nel 1913 e la sua tesi sullo stile del giovane Beethoven viene pubblicata da Guido Adler sulla rivista Studien zur Musikwissenschaft.
Cessata la Grande Guerra, durante la quale combatte in Serbia e nei Carpazi, Hans Gál lavora all’Università di Vienna come Lettore per la Teoria musicale; si afferma come compositore soprattutto in Germania dove, nel 1923, ottiene un successo clamoroso con la sua seconda opera “L’anatra sacra” (Die heilige Ente), presentata a Düsseldorf sotto la direzione di George Szell. La sua reputazione si consolida con “La canzone della notte” (Das Lied der Nacht), la sua terza opera. Nel 1929, con il supporto di musicisti importanti come Wilhelm Furtwängler, Fritz Busch e Richard Strauss, è nominato direttore del Conservatorio di Magonza.

Nel 1933, con l’ascesa al potere di Hitler, Hans Gál è costretto a lasciare ogni incarico pubblico e la sua musica viene bandita; ritorna a Vienna, poi si rifugia in Gran Bretagna quando l’Austria è annessa alla Germania (1938, Anschluss). È intenzionato a migrare verso le Americhe ma si stabilisce a Edimburgo, chiamato da Donald Francis Tovey, dove trascorre il resto della sua vita. Fa eccezione il periodo tra maggio e settembre del 1940 vissuto nei campi di internamento al Donaldson’s Hospital di Edimburgo, a Huyton, vicino a Liverpool, e al Central Promenade Camp sull’isola di Man, raccontati nel suo diario “Musica dietro il filo spinato”.

Rimasto attivo fino alla morte, Hans Gál lascia più di 150 composizioni tra opere, musiche per orchestra, brani cameristici e vocali di vario genere; il suo ultimo lavoro importante sono 24 Fughe per pianoforte composte all’età di 90 anni.
Il suo stile, inizialmente influenzato dalla musica di Brahms, acquista nel corso degli anni ’20 caratteristiche proprie e guarda verso particolari impasti sonori, tuttavia senza mai allontanarsi dalla grande tradizione classica. Dopo la seconda guerra mondiale la sua musica appare obsoleta, superata dalle nuove avanguardie; a lungo viene trascurata e soltanto oggi è parzialmente riscoperta.

Il Divertimento per flauto, oboe, due clarinetti, tromba, due corni e fagotto, Op. 22, fu composto nel 1924, su commissione per il Festival di musica contemporanea del 1925 a Kiel, organizzato dall' 'Allgemeiner Deutscher Musikverein', nel cui comitato Gál servì successivamente, insieme ad Alban Berg ed Ernst Toch. Gál scrisse dell'opera: "È un 'divertimento' nel senso originale del termine: musica all'aperto nel carattere di una serenata, cinque movimenti di umori contrastanti, lirici e burleschi, concisamente strutturati e con la trama fitta della musica da camera." 

Friday, August 14, 2026

Personaggi specchio: David Bowie- Elisa Rubini

 Personaggi specchio: David Bowie


Figure di ieri e di oggi che continuano a raccontarci chi siamo


Di Elisa Rubini




La rubrica “Personaggi specchio” nasce per raccontare figure di epoche diverse, alcune lontane e altre vicine a noi, che continuano a parlare al presente senza bisogno di essere trasformate in modelli perfetti. Possono appartenere all’arte, alla letteratura, alla musica, al cinema, alla cultura popolare o alla storia contemporanea, ma hanno in comune una caratteristica precisa: nelle loro vite riconosciamo domande che non sono finite con il loro tempo. Identità, immagine pubblica, fragilità, talento, amore, ferite, contraddizioni e desiderio di lasciare un segno diventano così il punto di partenza per osservare non solo il personaggio, ma anche il modo in cui noi lo guardiamo.

David Bowie è una figura adatta a questo percorso perché per gran parte della sua carriera ha rifiutato l’idea di dover restare uguale a se stesso per essere riconoscibile. Ziggy Stardust, Aladdin Sane e il Thin White Duke sono entrati nell’immaginario collettivo insieme alle sue canzoni, ai costumi, al trucco e a un modo di stare sul palco che rendeva difficile separare completamente musica e rappresentazione. Questa capacità di trasformarsi, però, rischia di essere semplificata quanto qualsiasi altra immagine diventata iconica. Bowie non fu soltanto il musicista camaleontico che cambiava aspetto a ogni stagione. Dietro quelle metamorfosi esistevano ricerca, curiosità, ambizione, inquietudine e anche il desiderio di non rimanere prigioniero del personaggio che il pubblico aveva appena imparato ad amare.

Nato a Brixton nel 1947 con il nome di David Robert Jones, Bowie arrivò alla notorietà dopo anni di tentativi e sperimentazioni. Prima del successo attraversò gruppi musicali differenti e si interessò anche al mimo, alla recitazione e ad altre forme artistiche. Space Oddity, pubblicata nel 1969, gli diede una prima importante visibilità, mentre nei primi anni Settanta Ziggy Stardust lo portò verso la fama internazionale. Da quel momento il cambiamento diventò una componente essenziale del suo lavoro: generi musicali, abiti, personaggi e linguaggi visivi mutavano, ma dietro quelle trasformazioni rimaneva una curiosità creativa che gli impediva di accontentarsi troppo a lungo di una formula già riuscita.

Proprio per questo Bowie parla ancora al nostro presente. Viviamo in un’epoca nella quale costruiamo continuamente immagini differenti di noi stessi: quella professionale, quella privata, quella che affidiamo ai social e quella che scegliamo di mostrare soltanto ad alcune persone. Bowie aveva compreso molto prima di questa esposizione quotidiana che l’immagine può essere un linguaggio e che presentarsi al mondo significa anche scegliere cosa mostrare. I suoi personaggi non erano semplici travestimenti dietro i quali nascondersi, ma strumenti attraverso i quali sperimentare possibilità diverse. La sua modernità sta anche qui: nell’aver trattato l’identità come qualcosa che può evolvere, contraddirsi e assumere forme nuove senza per questo perdere necessariamente ogni legame con ciò che eravamo prima.

Sarebbe però un errore raccontarlo soltanto come simbolo della libertà di reinventarsi. Alcune fasi della sua vita furono segnate da eccessi pesanti e da una perdita di controllo che non può essere trasformata in una parte affascinante del mito. Durante la metà degli anni Settanta il consumo di cocaina raggiunse livelli molto seri e il periodo legato al Thin White Duke rimane uno dei più oscuri e controversi della sua storia personale. Bowie riuscì successivamente ad allontanarsi da quella fase e a ricostruire una quotidianità diversa, ma la sua capacità di cambiare non deve far pensare che ogni trasformazione fosse necessariamente sana o felice. Guardarlo realisticamente significa riconoscere insieme la lucidità dell’artista e le fragilità dell’uomo.

I suoi pregi restano enormi. Bowie seppe attraversare rock, soul, elettronica, pop, teatro, cinema, moda e arti visive mantenendo una curiosità raramente accomodante. Collaborava, assorbiva influenze, osservava ciò che accadeva intorno a lui e lo trasformava in qualcosa che portava la propria impronta. Uno degli aspetti più significativi della sua carriera fu inoltre la capacità di abbandonare ciò che funzionava. Ziggy Stardust avrebbe potuto diventare una formula da sfruttare molto più a lungo, ma Bowie decise di chiudere quella fase quando il personaggio era ancora fortissimo. Rinunciare a una versione di sé già amata dal pubblico significava accettare il rischio di non essere seguito nella trasformazione successiva, e proprio questa disponibilità al rischio contribuì alla durata del suo percorso artistico.

Il suo difetto più evidente, o almeno uno dei più umani, può essere cercato nella stessa inquietudine che alimentava la sua creatività. Il bisogno di spostarsi continuamente verso qualcosa di nuovo poteva diventare eccesso, fuga e perdita di equilibrio. Nel momento più difficile degli anni Settanta, la distanza tra costruzione artistica e autodistruzione divenne particolarmente sottile. Questo non cancella ciò che Bowie ha creato e non rende meno importante la sua capacità di rinnovarsi; impedisce piuttosto di trasformare ogni cambiamento in una lezione edificante. Reinventarsi può essere un gesto di libertà, ma può anche diventare un modo per non fermarsi abbastanza a lungo da guardare ciò che sta facendo male.

Oggi il suo nome continua a circolare nella musica, nella moda, nella fotografia, nelle mostre e nelle forme più diverse della cultura visiva. Il suo archivio conserva migliaia di materiali che mostrano quanto lavoro esistesse dietro immagini che potevano sembrare nate spontaneamente, mentre personaggi come Ziggy Stardust continuano a essere riconosciuti anche da chi non ha vissuto gli anni in cui furono creati. Questa permanenza rischia però di ridurre Bowie a una successione di costumi spettacolari e fotografie immediatamente identificabili. È qui che diventa davvero necessario per una rubrica come questa: non perché offra una formula da imitare, ma perché costringe a domandarsi quanto della nostra identità scegliamo, quanto ereditiamo dagli altri e quanto siamo disposti a cambiare quando una vecchia versione di noi non ci corrisponde più.

David Bowie resta attuale perché non permette di considerare l’identità come qualcosa di semplice e definitivo. Chi guarda oltre i costumi trova un artista capace di intuizioni straordinarie e un uomo che attraversò anche eccessi, fragilità e momenti di profondo disordine, una figura pubblica costruita con enorme consapevolezza e una persona che non sempre riuscì a controllare ciò che accadeva dietro quella costruzione. In questo sta una delle ragioni per cui continua a parlarci: non nell’aver trovato una volta per tutte chi fosse, ma nell’aver mostrato quanto diventare se stessi possa significare cambiare molte volte, senza fingere che ogni cambiamento rappresenti necessariamente un miglioramento.



Monday, August 10, 2026

Andrea G. Pinketts: E l'anatra diventò farfalla




“A” non si chiamava A. E come avrebbe potuto? “A” va benissimo per cominciare l’alfabeto, ma come nome proprio è inammissibile. Nessun genitore battezzerebbe A il proprio primogenito per quanto figlio di puttana possa essere. A come Andrea? A come anonimo? Persino A come Agerònia, una bella farfalla delle regioni calde dell’America delle famiglie dei ninfalidi. Ma mai A come A e basta. A è tronco, la testa di un nome decapitato. L’unico vantaggio e pregio nel chiamarsi A consiste nel fatto che in un mondo in cui gli uomini sono ormai diventati dei numeri, chiamandosi A se non altro si è una lettera.
A, comunque, non si chiamava A. Ironia della sorte vuole che il suo vero nome cominciasse con la Zeta. Zeno? Zoroastro? Zorro? Chi può dirlo. In ogni caso A si chiamava Zeta. AZ: il principio e la fine. Come in tutte le cose, come in tutte le storie, questa compresa.
A si stava annoiando a morte accovacciato dietro la finestra di un assolato palazzo a vetri. La stanza era spoglia, se si escludono A, una teoria di mozziconi di sigarette “forti”, il cadavere di qualche lattina di birra e un fucile con mirino telescopico già montato. La finestra non dava sul cortile, dava su una piazza. Una bella piazza con una fontana rappresentante il Minotauro. Dalle narici del Minotauro zampillava acqua potabile.
Tra qualche ora la folla sarebbe arrivata e, tra la folla, acclamato immeritatamente sarebbe comparso il bersaglio. A non si chiamava A, ma il bersaglio, come tutti i bersagli, si chiamava X. A guardò il pacchetto di sigarette cincischiato più per noia che per nervosismo. Poi guardò il fucile e decise che avrebbe smesso. Non sapeva nemmeno lui se di fumare o di uccidere. A apparteneva a quella categoria di persone che per certuni sono dei patrioti, per certi altri dei macellai. Del resto, suo padre aveva una macelleria ad Aix en Provence ed era stato partigiano durante l’occupazione di Parigi. L’unica cosa di Vichy che tollerava era l’acqua, pur preferendo di gran lunga il vino. Così, vuoi un po’ per ereditarietà, vuoi un po’ perché la vita oltre ad essere breve è vuota se non fai tu qualcosa per riempirla, A era diventato un patriota macellaio. Un killer. Aveva riempito la propria vita di attese e di cadaveri.
Ma forse è così un po’ per tutti.

* * *

Dall’altra parte della piazza B teneva d’occhio A. Da un altro palazzo di vetro

Friday, August 7, 2026

Autistic Barbie and Autism - An Interview with Maria Teresa De Donato - by Elisa Rubini

 

Autistic Barbie and Autism:

Maria Teresa De Donato's Perspective

 

 by Elisa Rubini

 


 


Mattel’s new Autistic Barbie is sparking a major debate regarding the representation of autism in society. As someone who chronicled Cesare’s story in AUTISM from a DIFFERENT PERSPECTIVE, how do you view this type of initiative? What is your core perspective on using such products to represent autism?


Giovanni Tommasini and I have approached autism from a practical, empathetic, altruistic, and “no-nonsense” standpoint, basing our work on experience: he as an Educator who has supported autistic children and young people for decades—offering loving support to their families—and I as a Naturopath and Homeopath, having dedicated forty years to health and wellness and examining the individual in their entirety, which entails taking into account not only physical aspects but also emotional and mental ones. I offer this preamble for those who may not be familiar with our work.
To answer your question: personally, I believe that potentially every method could—in theory—be useful. However, several fundamental factors must be kept in mind. Namely:

 

• The appropriate or inappropriate manner in which it is utilized;

 

• The specific objective one aims to achieve;

 

• The experience and expertise accumulated by the individual employing such

tools;

 

• The methodology employed.



Your book highlights the profound uniqueness of every autistic child and the difficulty society faces in truly understanding them. Can a doll genuinely help the public connect with this complexity, or does it risk oversimplifying it?

 

I do not believe that a simple doll can, in and of itself, teach anyone anything. However, I am convinced that any tool can be useful in some way. It can foster understanding of, and bring people closer to, complex issues. Still, the ultimate success or failure of such initiatives depends entirely on the factors I listed earlier. One must also evaluate the expertise of those who use such tools to ‘educate’ children. In addition, it is vital to consider the role that parents—and professional educators—actually play (or should play) in this regard.


For example, in families with young children who bring home a new pet, the main aim is often companionship.

The intention is usually that the animal will serve as a companion to the child.
From what I observe, the child treats the animal as a toy far too often. The child may force it to perform certain actions or movements. Sometimes, they make it assume specific poses or dress it up however they please.


This raises questions:

 

·        Is it right to bring an animal home only to treat it as an object of amusement?

 

·        What has become of the role of parents as ‘educators’ and ‘behavioral role models’ for their children over the last thirty years?

 

·        Does “loving” one’s children simply mean coddling and spoiling them? Does it mean allowing them to do whatever they please, without teaching them the meaning of discipline? Shouldn’t parents also teach that personal freedom inherently has limits, specifically those set by respect for others, whoever they may be?

 

 

The story of Cesare demonstrates just how fundamental it is to respect individual timing, boundaries, and sensitivities. Do you believe that an “Autistic Barbie” could serve as an educational tool for conveying these values?


Yes and no. As I’ve said before, it depends entirely on how it is used. Let me clarify with another example.

I recently came across a video featuring this Barbie. The person who created the video was happy and enthusiastic about this initiative. Throughout the entire video, the person highlighted  

 

·        That an autistic Barbie—specifically, a female character—had finally been created; they also added that

 

·        ‘Fortunately, as they put it, the color of the doll’s skin is not white, but appears to represent a ‘Native American’ or perhaps a Latina woman;

 

·        They then went on to discuss, in broader terms, the potential sexual orientation of this Barbie.

 

 

Now, I have absolutely no problem engaging with these topics, and I am ready to have a civil, constructive conversation with anyone. I might even agree with them on many points. At the same time, however, when faced with an attitude like this, I have to ask myself: Are we still talking about “Autism”—and how to help children approach a classmate or neighbor who has it—or have we moved on to something else entirely?
If this person works in education, instruction, sociology, or psychology, this concerns me—and deeply so. It is not so much their personal thoughts and views that worry me—which, if discussed in the proper context, I might even share—but rather the harmful effect that such an attitude (and, consequently, such teaching) could have on the children to whom it is imparted, particularly when applied to this specific subject: Autism.


Let us try to stay on topic and find a practical solution to a condition that is so difficult to manage, rather than seeking out every excuse and seizing every opportunity to continue waging war against one another.

That is my humble opinion. That is my concern: the tendency to destroy rather than build together.

 

You and Giovanni Tommasini have done a great deal of work on inclusion and the burden it places on families. Do you think this Barbie could help spark useful conversations among parents, educators, and children regarding neurodiversity?

If—as I mentioned—we start on the right foot and establish the proper premises (the ones I outlined earlier), then yes, this could indeed be a methodology worth considering—or at the very least, worth evaluating. However—and I must reiterate this—at present, from what I can see, we are still a long way from reaching that point.

 

If you were to imagine how an inclusive toy could truly reflect the “different perspective” of your book, what elements would you consider indispensable to ensure it does not misrepresent the reality of autistic people?


To answer this, let me offer an example to clarify my point.
Years ago, I took a First Aid course that included cardiopulmonary resuscitation (CPR)—specifically chest compressions—and mouth-to-mouth breathing.
During that course, naturally, we practiced these two procedures on a mannequin.
We all hope, of course, that we will never find ourselves in a situation requiring the practical application of this knowledge. Personally, however, I did have occasion to apply some of these skills; right here in the U.S., I taught at a Montessori school for children ages three to four-and-a-half. Children at that age are truly unpredictable, and—given their high levels of curiosity and energy—they run the risk of getting themselves into trouble at any moment. (Need I mention the hard candies they might choke on?)


I was fortunate to have Red Cross paramedics as my instructors—serious, highly competent professionals.


We moved from theory—using the mannequin—to simulating what a real-life emergency might actually look like.


Why did I use this example? Because I want to highlight the fact that a doll alone—or, in the case of the First Aid course, a mannequin—is not sufficient to truly “educate.” To educate effectively—and to make valid use of any specific tool—one needs capable, competent, and experienced individuals who know how to teach and deliver instruction appropriately.
Without these qualities—regardless of the methodologies applied or the tools employed—the results will prove not only useless but, in the worst-case scenarios, downright harmful, as they could potentially exacerbate an already difficult and precarious situation.


I hope I have made myself clear.




 

Barbie Autistica e Autismo - Intervista a Maria Teresa De Donato - di Elisa Rubini

 

Barbie Autistica e Autismo: 

la prospettiva di Maria Teresa De Donato

 

di Elisa Rubini

 



La nuova Barbie Autistica di Mattel sta generando un grande dibattito sulla rappresentazione dell’autismo nella società. Lei che ha raccontato la storia di Cesare in “L’autismo visto da una prospettiva diversa”, come valuta questo tipo di iniziativa?

Giovanni Tommasini ed io abbiamo approcciato l’autismo da un punto di vista pratico, empatico, altruistico e ‘no non-sense’, basandoci sull’esperienza, lui come Educatore che affianca da decenni bambini e ragazzi autistici offrendo un amorevole supporto alle famiglie, ed io, come Naturopata ed Omeopata, occupandomi da quarant’anni di salute e benessere ed esaminando l’individuo nella sua interezza, il che significa prendere in considerazione aspetti non solo fisici, ma anche emotivi e mentali. Ho fatto questa premessa per coloro che non ci conoscessero.

Per rispondere alla domanda, personalmente reputo che potenzialmente ogni metodo possa, in teoria, essere utile, ma che ci siano alcuni fondamentali fattori da tenere in  mente, ossia

·        L’uso appropriato o improprio che se ne fa

·        Il fine che ci si prefigge di raggiungere

·        L’esperienza e le competenze maturate da chi si avvale di tali mezzi

·        La metodologia utilizzata

 

 

Nel suo libro emerge l’unicità profonda di ogni ragazzo autistico e la difficoltà della società nel comprenderli. Una bambola può davvero avvicinare il pubblico a questa complessità o rischia di semplificarla troppo?

Non credo che una semplice bambola possa, di per sé, insegnare qualcosa a qualcuno. Sono convinta, tuttavia, che ogni mezzo possa essere in qualche modo utile e rappresentare un ausilio  per comprendere ed avvicinarsi a certe problematiche, ma che il successo, o l’insuccesso, di tali iniziative dipenda dai fattori che ho elencato prima.

C’è da valutare, infatti, sia la preparazione di coloro che utilizzano tali strumenti per ‘educare’ i bambini, sia il ruolo che rivestono – o dovrebbero rivestire in tal senso – genitori ed educatori propriamente detti.

Faccio un esempio. Mi capita spesso, sia nella realtà quotidiana, sia mentre navigo in rete, di imbattermi in situazioni (o video) in cui si vedono famiglie con bambini piccoli, a volte molto piccoli, acquistare o adottare un cane, un gatto o altro animale.

Generalmente il motivo principale, o uno dei motivi principali, per cui hanno scelto di avere un animale in casa, è perché facesse compagnia al bambino (o alla bambina).

Troppo spesso, da quello che osservo, il bambino tratta l’animale come fosse un giocattolo, costringendolo a fare cose, movimenti, ad assumere posizioni e ad essere vestito come il bambino desidera.

Nel vedere ciò, io, oltre a provare una grande pietà per l’animale, mi pongo alcune domande:

 

·        È questo il motivo giusto per prenderlo in casa per poi trattarlo o lasciarlo trattare come un oggetto di cui disporre a proprio piacimento?

 

·        Che fine ha fatto il ruolo dei genitori quali ‘Educatori” e “Modelli comportamentali” dei loro figli in questi ultimi trent’anni?

 

·        “Amare” i propri figli significa solo coccolarli, viziarli e lasciare che facciano tutto ciò che vogliono senza insegnare loro, al tempo stesso, cosa sia la disciplina e che la libertà propria ha comunque dei limiti, quelli moralmente imposti dal rispetto per gli altri, chiunque essi siano?

 

La storia di Cesare mostra quanto il rispetto dei tempi, dei modi e della sensibilità individuale sia fondamentale. Crede che una Barbie Autistica possa diventare uno strumento educativo per trasmettere questi valori?

Sì e no. Ripeto, dipende dall’uso che se ne fa. Mi spiego facendo un altro esempio.

Mi sono imbattuta, di recente, in un video in cui veniva presentata questa Barbie. La persona che ha realizzato il video era felice ed entusiasta di questa iniziativa. In tutto il video non ha fatto altro che evidenziare

·        Il fatto che finalmente fosse stata realizzata una Barbie autistica, ossia un personaggio femminile;

 

·        il colore della pelle di questa Barbie, che ‘fortunatamente’ – a suo dire – non è bianca, ma piuttosto, sembrerebbe rappresentare una ‘Native American”, o comunque una donna dell’America latina;

 

·        poi ha proseguito con un discorso in generale sull’eventuale orientamento sessuale di questa Barbie.

 

Ora io non ho alcun problema a confrontarmi con questo tipo di tematiche e sono pronta ad avere un colloquio civile e costruttivo con chiunque.  Posso anche essere d’accordo con lei su molti punti. Al tempo stesso, però, di fronte ad un atteggiamento di questo tipo, mi chiedo: Stiamo ancora parlando di “Autismo” e di come aiutare i bambini stessi ad approcciare un/una loro compagno/a o vicino/a di casa che sia, o siamo passati ad altro?

Se questa persona opera in ambito educativo, istruttivo, sociologico e/o psicologico, la cosa mi preoccupa e non poco, non tanto per il suo pensiero e le sue vedute, che, se discusse nella sede giusta, potrei anche condividere, ma per l’effetto nocivo che tale atteggiamento e, di conseguenza, insegnamento potrebbero avere sui bambini a cui verranno trasmessi quando applicati a questa specifica tematica: l’Autismo.

Cerchiamo di rimanere in tema e trovare un soluzione pratica ad una condizione così difficile da gestire piuttosto che cercare ogni motivo e sfruttare ogni occasione per continuare a farci la guerra.

Questo è il mio umile pensiero. Questa è la mia preoccupazione: cercare di distruggere piuttosto che costruire insieme.

 

Lei e Giovanni Tommasini avete lavorato molto sul tema dell’integrazione e sul peso che ricade sulle famiglie. Pensa che la Barbie possa aiutare a iniziare conversazioni utili tra genitori, educatori e bambini sulla neurodiversità?

Se, come ho detto, si parte con il piede giusto e con le giuste premesse – quelle che ho spiegato prima – anche questa potrebbe essere una metodologia da prendere in considerazione o quantomeno da valutare, ma ripeto, al momento, da quel che vedo, sembriamo ancora essere in alto mare in tal senso.

 

Se dovesse immaginare come un giocattolo inclusivo potrebbe davvero riflettere la “prospettiva diversa” del suo libro, quali elementi considera indispensabili per non tradire la realtà delle persone autistiche?

Per rispondere faccio un esempio per chiarire meglio il punto.

Anni fa ho frequentato un corso di Pronto Soccorso che includeva anche rianimazione cardiopolmonare (= massaggio cardiaco) e respirazione bocca a bocca.

Durante quel corso, queste due operazioni sono state praticate naturalmente su un manichino.

Noi tutti speriamo sempre di non doverci mai trovare in situazioni che richiedano l’applicazione pratica di queste conoscenze.  A me personalmente è capitato di dover applicarne alcune perché, proprio qui negli USA, ho insegnato in una scuola Montessori a bambini tra i tre anni e i quattro anni e mezzo e i bambini, a quell’età, sono davvero imprevedibili e rischiano, dato il loro alto livello di curiosità e attività, di cacciarsi in qualunque momento nei guai. (Vogliamo parlare delle caramelle con cui rischiano di strozzarsi?)

La mia fortuna è stata quella di aver avuto, quali istruttori, Paramedici della Croce Rossa, quindi professionisti seri e competenti.

Alla teoria, con l’uso del manichino, si è passati alla simulazione di quella che avrebbe potuto essere una situazione reale con cui confrontarsi.

Perché ho fatto questo esempio?  Perché voglio evidenziare il fatto che solo una bambola – o, nel caso del corso di Pronto Soccorso, un manichino – non è sufficiente a ‘educare’.  Per educare e utilizzare in modo valido un determinato strumento, occorrono persone capaci, competenti ed esperte che sappiano insegnare e addestrare in modo appropriato.

Se non si hanno queste caratteristiche, qualunque siano le metodologie applicate e gli strumenti utilizzati questi risulteranno non solo inutili, ma, nei casi peggiori, persino dannosi in quanto potenzialmente in grado di aggravare una situazione già difficile e precaria.

Spero di essere stata chiara.