Monday, March 23, 2026

Ozean der Sinne Ein Roman für alle, die sich neu erfinden. Herausgegeben von Elisa Rubini.

 

Ozean der Sinne von Maria Teresa De Donato:

Ein Roman für alle, die sich neu erfinden.

 

Herausgegeben von Elisa Rubini.

 



Es gibt Momente im Leben, in denen Erinnerungen weder Zuflucht noch Hindernis bieten: Sie werden zu einem stummen Tribunal, das uns auffordert, zu verstehen, wer wir wirklich geworden sind. „Ozean der Sinne“ von Maria Teresa De Donato entsteht genau in dieser Lücke, in der die Vergangenheit nicht länger ein bloßes Archiv ist, sondern eine lebendige Kraft, die das wiederbeleben kann, was wir für immer beendet hielten.

Die Protagonistin lässt während einer scheinbar gewöhnlichen Autofahrt ihr Leben nicht Revue passieren: Sie erlebt es neu. Die Fragmente kehren mit fast körperlicher Dringlichkeit zurück, fünfzig Jahre verwoben zu einem einzigen Erzählfaden, der keine Ruhe lässt. Doch was auffällt, ist nicht die Erinnerung selbst, sondern der Wunsch zu verstehen. Nach einer Reihe emotionaler Schocks und plötzlicher Veränderungen stellt die Frau ihre eigenen Entscheidungen, ihre Versäumnisse und sogar ihre verborgensten Wünsche auf den Prüfstand.

Die dabei zum Vorschein kommende Erotik ist kein bloßes Beiwerk. Es ist nicht einmal Obszönität, die sich als „Literatur“ tarnt. Es ist die authentischste Spur einer Seele, die versucht, wieder zu fühlen. Eine Sinnlichkeit, die nicht den Körper betrifft, sondern das Erwachen des Bewusstseins. Es ist Eros als Sprache der Rückkehr zu sich selbst, als Kraft, die das Zerbrochene wieder heilt.

In diesem Sinne wird „Ozean der Sinne“ zu einer kostbaren Lektüre für alle, die sich im Wandel befinden. Kein Roman zum Verschlingen, sondern einer, der begleitet, der einen Seite für Seite atmen lässt, der eine einfache und zugleich ungemein schwierige Wahrheit offenbart: Jede Wiedergeburt entsteht durch den Mut, zurückzublicken, ohne wegzulaufen.

Maria Teresa De Donato erzählt eine Geschichte, die nicht tröstet, nicht beschönigt, nicht versüßt. Sie lädt ein. Und in ihrer Erzählstimme spüren wir die Dringlichkeit zu sagen, dass das Leben, selbst wenn es erschöpft scheint, immer noch eine unerwartete Überraschung bereithält. Ein Tor, das sich öffnet, wenn wir es am wenigsten erwarten, genau in dem Moment, in dem wir aufgehört haben, auf etwas zu warten.

„Ozean der Sinne“ ist dieses Tor.

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Oceano di Sensi: Un romanzo che parla a chi sta rinascendo. A cura di Elisa Rubini

 

Oceano di Sensi di Maria Teresa De Donato:

Un romanzo che parla a chi sta rinascendo.

 

A cura di Elisa Rubini

 




C’è un momento nella vita in cui i ricordi non sono più un rifugio e nemmeno un ostacolo: diventano un tribunale silenzioso che ci chiede di capire chi siamo diventati davvero. Oceano di Sensi di Maria Teresa De Donato nasce esattamente in quel varco, lì dove il passato non è più un semplice archivio ma una forza viva, capace di rimettere in moto ciò che credevamo fermo per sempre.

La protagonista, durante un viaggio in macchina apparentemente ordinario, non ripercorre la sua vita: la rivive. I frammenti ritornano con un’urgenza quasi fisica, cinquant’anni che si stringono in un unico filo narrativo che non concede respiro. Ma ciò che colpisce non è il ricordo in sé: è la volontà di capire. Dopo una serie di scosse emotive e cambiamenti improvvisi, la donna mette sotto processo le proprie scelte, le proprie omissioni e perfino i propri desideri più nascosti.

L’erotismo che emerge non è un ornamento. Non è nemmeno un’oscenità mascherata da “letteratura”. È la traccia più autentica di un’anima che tenta di tornare a sentire. Una sensualità che non riguarda il corpo, ma il risveglio della consapevolezza. È l’eros come linguaggio del ritorno a se stessi, come forza che riconcilia ciò che la vita ha spezzato.

In questo senso, Oceano di Sensi diventa una lettura preziosa per chi si trova in una fase di passaggio. Non un romanzo da consumare, ma un romanzo che accompagna, che si lascia respirare pagina dopo pagina, che suggerisce una verità semplice e difficilissima: ogni rinascita passa attraverso il coraggio di guardare indietro senza fuggire.

Maria Teresa De Donato costruisce una storia che non consola, non decora, non addolcisce. Invita. E nella sua voce narrativa si percepisce l’urgenza di dire che la vita, anche quando sembra esaurita, ha sempre un margine inatteso di sorpresa. Un varco che si apre quando meno ce lo aspettiamo, proprio nel momento in cui avevamo smesso di attendere qualcosa.

Oceano di Sensi è quel varco.

 

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Ocean of Senses: A novel that speaks to those who are being reborn. Edited by Elisa Rubini

 

Ocean of Senses by Maria Teresa De Donato:
 
A novel that speaks to those who are being reborn.
 

Edited by Elisa Rubini

 


 

 

There comes a moment in life when memories are no longer a refuge or even an obstacle; they become a silent tribunal that demands our understanding of who we have truly become. Ocean of Senses by Maria Teresa De Donato is born precisely in that gap, where the past is no longer a simple archive but a living force, capable of restarting what we thought had stopped forever.


The protagonist, during a seemingly ordinary car ride, doesn't retrace her life: she relives it. The fragments return with an almost physical urgency, fifty years strung together in a single narrative thread that allows no respite. But what is striking is not the memory itself: it's the desire to understand. After a series of emotional shocks and sudden changes, the woman puts her own choices, her omissions, and even her most hidden desires on trial.


The eroticism that emerges is not an ornament. It's not even obscenity disguised as "literature." It's the most authentic trace of a soul trying to feel again. A sensuality that doesn't concern the body, but the awakening of awareness. It's eros as the language of returning to oneself, as a force that reconciles what life has shattered.
In this sense, Ocean of Senses becomes a precious read for those in transition. Not a novel to be consumed, but a novel that accompanies, that lets you breathe page after page, that suggests a simple and extremely difficult truth: every rebirth comes through the courage to look back without running away.


Maria Teresa De Donato constructs a story that doesn't console, doesn't decorate, doesn't sweeten. It invites. And in her narrative voice, we perceive the urgency to say that life, even when it seems over, always has an unexpected margin of surprise. A gateway that opens when we least expect it, precisely at the moment we stop waiting for something.

Ocean of Senses is that gateway.


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Friday, March 20, 2026

Diana Merisi: L'anello mancante



La bambina entrò dalla porta sul dietro, attraversò la stretta cucina puzzolente. In quell’ora di pausa anche gli sguatteri avevano lasciato il ristorante. C’erano solo orde di scarafaggi color caffè a contendersi le sgocciolature dei sughi sulle pareti. Una radio lasciata accesa dal cuoco marocchino: riusciva sempre a beccare la stazione tangerina. C’erano scarafaggi anche nel mucchio di couscous pronto per la cena. La bambina guardò meglio nella zuppiera. Sembrava un dito, spuntava appena fra i granuli bianchi, il dito di un piede. Corse nella sala da pranzo. Le veneziane erano abbassate, una sbatteva, segno che la finestra era aperta.
Tutte le sedie erano capovolte e appoggiate sopra i tavoli. Prese la pinza da un secchiello per il ghiaccio e tornò in cucina. Il dito era scomparso sotto un nugolo di blatte, si davano un gran daffare con antenne e zampette, apparentemente solo per curiosità, o studio, senza alcuna voglia di assaggiarlo. La bambina frugò nel couscous con la pinza, estrasse il dito, lo avvolse nella stagnola, e stringendo in mano il fagottino uscì dalla medesima porta per la quale era entrata.
Monsieur
È il padrone, lui. Quante arie. Si veste di bianco, alla coloniale. Non ci ha più il fisico, numero uno; numero due, anche lui è pied-noir, come gli altri, né più né meno, dunque, meno storie. Beve orzata e rum, nei gesti e nel dare gli appuntamenti gli piace fare Casablanca. Ha splendidi occhi di porcellana, sprecati. Il ristorante è bene avviato, ma ha già avuto guai con l’Ufficio d’Igiene. Siamo sul mare, è la musica di fondo, la brezza entra dalla porta e esce dalle finestre. Quando ci sono seccature, Monsieur non si fa trovare, se la fila dalla parte della cucina, siede sul muretto a destra del pergolato, lì aspira profondamente gli odori marini, il vento di ponente, gli effluvi della frittura; qualcuno gli porta un piattino di frutti di mare crudi con lo spicchio di limone. Da qualche giorno Madame non si fa vedere. Partita, dice lui: “alcune” settimane di vacanza. Lei riconosce questa? – L’Ispettore gli mostra un beauty-case azzurro. Certo! È la valigetta di mia moglie. Come può esserne così sicuro? C’è questo graffio vicino alla maniglia, vede? Effettivamente… Lei sa cosa contiene?
Naturalmente, no: però posso immaginarlo. Non indovinerebbe mai. Be’, mia moglie ha una passione, una vera passione, per i profumi italiani. Devo chiederle di seguirmi al Commissariato.

Suore
Alla fine del pomeriggio Monsieur è ancora al Commissariato. Giacca e pantaloni tutti una piega. Colletto slacciato, farfalla di traverso.
L’Ispettore, ormai, gli parla come a un vecchio amico. «Lo tenevamo d’occhio. Sulla Promenade. Andava su e giù con questo pacco male incartato.
Lo faccio fermare. Si tratta del beauty-case. Dentro: cinquecento dosi di ero e strumenti chirurgici da callista. Si è impiccato in cella due giorni fa. Abbiamo dato il corpo alle Suore della Passione, come al solito, per lavarlo e prepararlo per la sepoltura. Mi telefona la Superiora. Che mandi subito a riprenderlo, lo porti via, ora, subito. Vado personalmente, la voce della suora mi ha allarmato. Trovo le suore in ginocchio sul pavimento, il letto in mezzo. Scopro la salma. Normale, con gli impiccati: un’erezione indomabile; poi, sa, c’era l’aggravante del rigor mortis. L’hanno dovuto mettere in cassa i miei uomini, così, alla meglio, forzando un po’. Bene: ora occorre assolutamente che Madame si presenti e chiarisca la faccenda del beauty-case: c’è la roba, e c’è che uno dei bisturi da callista è sporco di sangue. Umano.»
Cucina
Ah è lei disse il cuoco. Sorrise forzatamente, continuò a tagliare il mazzo dei porri.
«Sono dovuto uscire per portare il furgone dal meccanico, ecco perché non c’ero. Comunque, è tutto nella valigetta di Madame. Tutto: fuorché il chip, naturalmente. C’è stato un piccolo problema. Poteva essere previsto, conoscendo il tipo. Per recuperare la fascetta aveva dovuto tagliare, mi disse. E va bene. Poi però non ha resistito: si è fatto una pera, lo stronzo, l’hanno beccato che era via di testa, passeggiava sulla Promenade, partito, completamente, col beauty-case al braccio. Ora s’è appeso al lenzuolo: l’avrei strangolato io se non ci riusciva da solo. Rivoglio la roba. È già piazzata. La fascetta col chip… possibile che addosso non gliel’hanno trovata? avranno cercato nel buco del culo? Madame darà delle spiegazioni… le darà eccome se non vuole che le tagli il resto del piede.
Ehi ma che fa! pochi scherzi: giù quell’arnese… basta!»
La mannaia tocca appena la gola. Un fiotto di sangue impregna completamente il grembiule. La porta cigola nel tenue vento della sera.
La bambina
L’aula si stava svuotando. La bambina si attardava per i banchi. Suor Thérése aspettò che tutte le altre fossero uscite. Chiuse la porta. Si guardarono.
«Hai trovato quella cosa?»
«Sì. Era in cucina.»
«Me l’hai portata?» porse la mano.
«No. L’ho messo via.»
«Dove?»
«A casa. Nel freezer. Lo porto domani.»
«Aveva intorno un anellino?»
«No.»
La suora improvvisamente molla un ceffone. Gli occhi della bambina pieni di lacrime.
«Non devi dire le bugie a me, capito? Non mi importa del dito. Ti ho chiesto di cercarlo perché volevo l’anello. Dove l’hai messo?»
«Non c’era, lo giuro, Sorella. Ho guardato bene.»
«Basta. Cercheremo ancora. Non devi parlarne con nessuno, hai capito?»
«Ho capito, sì.»
«Ti avevo detto di venire accompagnata da papà.»
«Papà ieri sera non è rientrato. Ho dormito da mia nonna.»
«Devi buttare quel dito. L’hai nascosto bene?»
«Sì, sotto il ghiaccio, anzi, sotto un pesce congelato.»
«Vai a casa, riprendilo, poi gettalo dal molo. Ma non farti vedere, nessuno deve vederti.»
«Ho capito.»
A casa la bambina trova l’Ispettore con due gendarmi. L’Ispettore ha già scovato l’involtino nel freezer; ora è sul tavolo, in un piatto davanti a lui, si scongela, la carta è macchiata di rosa.
«È tuo, questo?»
«Questo, cosa?»
«Sai benissimo cosa c’è dentro.»
«Non so niente. Chiedetelo a papà.»
«Se vuoi vedere papà devi venire con noi.»
«Cosa è successo?»
«Non sta bene. È rimasto ferito. Lascia la cartella e vieni con noi.»
«È morto?»
«Sì.»
«Chi è stato?»
«Non lo sappiamo. Vogliamo scoprirlo. Tu ci aiuterai.» Dalla tasca

Wednesday, March 18, 2026

Ekaterina Kozhevnikova



(Mosca nel 1954)


Ekatherina Kozhevnikova ha studiato Composizione al Conservatorio di Mosca, prima con Dimitry Kabalevsky e poi con Tikhon Khrennikov e pianoforte e con Lev Naumov. 
Si è laureata nel 1977 in Composizione (classe di Khrennikov) e in Orchestrazione (classe di Makarova). In quell'anno le è stato assegnato il 1° Premio per la Sinfonia al Concorso All-Union per Giovani Compositori. Nel 1979 è diventata membro dell'Unione dei compositori dell'URSS. Partecipa regolarmente al Festival Internazionale di Musica Contemporanea e all'Autunno di Mosca, nell'ambito del quale, dal 1979, hanno avuto luogo le prime assolute di molte sue opere
sinfoniche e da camera. La sua musica viene eseguita in concerto in Russia e in Europa.

Si dedica a molti e diversi generi: balletto, sinfonie, cantate, oratori, musica da camera strumentale e vocale, opere per coro, musica per teatro e cinema, musica per bambini. Di particolare importanza nel suo lavoro è il balletto Judith, scritto su tema biblico e messo in scena dal Teatro da camera Ballet Moscow. Scrive molto per grande orchestra sinfonica: nel suo bagaglio creativo ci sono 3 sinfonie (Canto, Supplica, Visione), il poema sinfonico Judith, un Concerto per pianoforte e orchestra sinfonica e altre composizioni. Una collaborazione di lunga data la lega all'Orchestra da camera di Mosca "Vremena Goda" e al suo direttore principale e direttore artistico Vladislav Bulakhov, Artista insignito dalla Federazione Russa. 

Tra le opere da camera di E. Kozhevnikova riveste un ruolo principale la musica vocale, soprattutto quella sacra. Per fare un esempio The Prayer of the Last Optina Elders at the Beginning of the Day per coro a cappella e The Mother of God's Dream, Apocryphal Song to the Text of Spiritual Poems per due voci, orchestra d'archi e percussioni. Per la musica da camera strumentale, raramente ricorre a uno strumento solista; preferisce utilizzare una varietà di strumenti insoliti e non replica mai la stessa combinazione già usata in precedenza.

Dal 1988 al 1990 ha lavorato come consulente principale della Commissione dell'Unione di musica da camera e sinfonica dell'URSS. Dal 2002 è membro del Consiglio dell'Unione dei Compositori Moscoviti e dal 2009 ne è Presidente. Dal 2001 è membro del comitato di selezione e del comitato organizzatore del Festival Autunnale di Mosca.



 

Tuesday, March 10, 2026

Alberto Odone: La lama e l'inchiostro



Dal diario di Alberto Mendoza,

“Il messaggio che mi raggiunse fra i torpidi pensieri d’un pomeriggio afosissimo era stato redatto con la zelante approssimazione tipica dei rapporti di polizia.
La firma che vi compariva in calce era quella del capitano Medina-Alves, vecchio compagno di liceo che a dispetto della mia condizione, continuava ad onorarmi della sua amicizia. Si trattava peraltro d’un rapporto di corrispondenza già consolidato e che si fondava sulla stima che egli generosamente riponeva nelle mie capacità deduttive, capacità che, non senza un certo sarcasmo, il buon capitano riteneva assai acuite dal particolare tipo di ospitalità che la Stato mi offriva. Anche in questo caso, come nei precedenti, si trattava di un crimine, ed in particolare di un omicidio dalla meccanica piuttosto indecifrabile.
Disdissi la consueta partita a scacchi di mezzo pomeriggio col secondino e mi dedicai a sceverare la lettera di Medina-Alves, forte dell’attenzione per le irrilevanze che una lunga permanenza in spazi angusti finisce per imporre e della capacità immaginativa di cui la pratica della scrittura aveva irreparabilmente corredata la mia forma mentale. Esaminare imparzialmente i fatti mi risultò difficile: la vittima era infatti persona per la quale aveva sempre provato una spontanea e ricambiata simpatia, un vecchio libraio ebreo di nome Shlomo Kaminski con il quale s’era instaurato l’inevitabile rapporto di complicità che lega due indi vidui affetti da bibliofilia acuta, di quelli cioè persuasi, come piacque credere a Mallarmè, che il mondo sia fatto per diventare libro.
A dispetto dell’assiduità delle nostre frequentazioni il rispetto che avevamo l’una dell’altra impedì alla nostra relazione di sfociare nelle indiscrete confidenzialità dell’amicizia. I nostri dialoghi furono parchi, spesso fatti solo di ammicchi, di riferimenti: ci esprimevamo indicandoci libri, compulsando pagine, mostrando righe; il sorriso compiaciuto con cui egli mi illustrava qualche rarità appena giunta, il luccichio ingordo dei miei occhi di fronte ad un ‘in folio’ creduto introvabile sancivano la nostra intimità assai più saldamente di ogni convivio.
Solo all’apprendere della sua morte mi accorsi quanto poco sapessi di lui e pure quanto poco mi era bastato saperne: ciò mi rese ancora più doloroso indagarne la memoria. Sulla base delle affidabili testimonianze di due passanti risulta che Kaminski fosse uscito barcollando dal suo negozio, le mani serrate sul ventre e parzialmente nascoste dal nero barracano che era solita portare; sulle prime era stato creduto preda di un malore ad era stato prontamente soccorso, ma la copiosa scia di sangue che si lasciava dietro aveva presto dissuaso anche gli animi più pietosi: il libraio mosse ancora qualche passo per poi accasciarsi proprio dinanzi alla porta che sta al numero 5 di Avenida Carriega, la porta della mia abitazione. Il poco sollecito intervento delle forze di polizia e del personale sanitario lo trovò già prossimo a spirare: causa del decesso, come recita la prosa anodina e banale del rapporto, una lama di venti centimetri confitta all’imboccatura dello stomaco.
Accanto alle inutili notazioni sull’arma del delitto, un coltello a serramanico assai comune fra i gauchas ed oltretutto priva di qualsiasi marca distintiva, campeggiava una chiosa redatta in lapis, in una scrittura nervosa che riconoscevo propria del Medina-Alves dei momenti peggiori: ‘arma non penetrata in profondità’, morte per dissanguamento colpa di mano inesperte, forse debole una donna?”.
Ben conoscendo l’avventatezza dell’estensore mi guardai bene dal considerarlo elemento risolutivo, tuttavia non potei ignorare che si trattava pur sempre delle considerazioni di un uomo assai esperto di crimini, e che, sopra ogni cosa, non potendo esaminare di persona il cadavere, la vista di Medina-Alves e, purtroppo, anche la capacità di giudizio da essa inseparabile, erano l’unica via d’accesso ai fatti a me

Wednesday, March 4, 2026

Howard Hanson

 
(Svezia, 28 ottobre 1896 - 27 febbraio 1981)

Compositore, direttore d'orchestra, didatta e teorico musicale americano, Howard Hanson nacque da genitori svedesi che lo iniziarono agli studi musicali.
Studiò poi al Luther College di Wahoo (diplomandosi nel 1911) e all'Institute of Musical Art di New York, dove studiò con il compositore e teorico Percy Goetschius.
Frequentò poi la Northwestern University, studiando composizione con Peter Lutkin (esperto di musica sacra) e Arne Oldberg a Chicago.
Durante gli anni di formazione Hanson studiò pianoforte, violoncello e trombone.
Si diplomò alla Northwestern University nel 1916, e lì iniziò subito la sua carriera di insegnamento come assistente.

Nello stesso anno venne assunto dal College of the Pacific in California come docente di teoria e composizione, e, solo tre anni più tardi, il College lo insignì del premio Dean of the Conservatory of Fine Arts (1919).
Nel 1920 Hanson compose The California Forest Play, il primo lavoro che gli procurò attenzioni a livello nazionale.
Durante gli anni in California Hanson scrisse numerosi lavori cameristici e per orchestra, tra cui il Concerto da Camera, Symphonic Legend, Symphonic Rhapsody, diverse opere per pianoforte solo (come Two Yuletide Pieces) e la Scandinavian Suite, che celebra la sua eredità luterana e scandinava.
Insieme a Leo Sowerby, Hanson fu il primo a ricevere l'American Academy's Rome Prize da parte dell'American Academy in Rome, nel 1921, per The California Forest Play e il poema sinfonico Before the Dawn. Grazie a questo premio, Hanson trascorse tre anni in Italia, durante i quali scrisse Quartet in One Movement, Lux Aeterna, The Lament for Beowulf (con l'orchestrazione di Bernhard Kaun), e la sua Sinfonia n.1 "Nordic".

Al ritorno da Roma, la carriera di Hanson decollò, con la prima direzione del suo poema North and West con la New York Symphony Orchestra.
Nel 1924, a Rochester (New York), diresse la sua Sinfonia n.1 e attirò l'attenzione di George Eastman, che lo volle come direttore della Eastman School of Music.
Mantenne questo incarico per 50 anni, rendendo la Eastman una delle più prestigiose scuole americane: modificò il curriculum, invitò i migliori insegnanti, fondò e diresse la Eastman-Rochester Symphony Orchestra (costituita dalle prime sedie della Rochester Philharmonic Orchestra e da selezionati studenti della Eastman). Fondò anche il Festival of American Music.
Con la Eastman-Rochester Symphony Orchestra realizzò numerose registrazioni, non solo di suoi lavori, ma anche di compositori come John Alden Carpenter, Charles Tomlinson Griffes, John Knowles Paine, Walter Piston, William Grant Still e altri meno noti.
Durante la sua direzione alla Eastman furono eseguite in prima assoluta oltre 2000 opere di oltre 500 compositori americani.

Per celebrare il 50° anniversario della Boston Symphony Orchestra, Serge Koussevitzky commissionò ad Hanson la Sinofnia n.2 "Romantic" (la prima si tenne il 28 novembre 1930), destinata a diventare il suo lavoro più conosciuto.
La Sinfonia n.2 è, infatti, l'esempio più limpido dell'arte di Hanson che, pur conoscendo gli sviluppi della musica del ‘900 (e avendone diretto anche i capolavori), non amava molto le avanguardie. Per tutta la vita, sia nella musica sinfonica che in quella operistica, Hanson mantenne uno stile tardo-romantico, pur piegandolo alle esigenze della scrittura novecentesca.
La Sinfonia n.2 è la sua dichiarazione d'intenti, volta a mantenere in vita uno stile compositivo che, dopo tutto, aveva ancora molte cose da dire. Quest'opera divenne nota anche al grande pubblico perché Ridley Scott la utilizzò nella sequenza finale e sui titoli di coda del suo capolavoro cinematografico "Alien".

L'opera di Hanson dal titolo Merry Mount è invece considerata la prima opera americana, perché scritta da un compositore e un librettista americani, su una storia americana, e rappresentata per la prima volta con un cast quasi esclusivamente americano al Metropolitan di New York.
Nel 1935 scrisse Three Songs fron Drum Taps, basato sul poema di Walt Whitman; tra il '36 e il '38 scrisse la Terza Sinfonia, il cui tema iniziale del secondo movimento è uno dei passaggi più memorabili della musica americana.
Tra il 1935 e il 1939 Hanson fu nominato membro del National Institute of Arts and Letters, Presidente del Music Teachers' National Association e Presidente della National Association of Schools of Music.
Inoltre, dopo aver composto Hymn of the Pioneers per celebrare i 300 anni del primo insediamento svedese nel Delaware, fu insignito del titolo di Fellow of the Royal Swedish Academy.
La sua Sinfonia n.4 "Requiem" vinse il Premio Pulitzer nel 1944; un anno dopo ricevette, per primo, il Ditson Conductor's Award.
La Serenade for Flute, Harp and Strings fu composta Hanson per l'amata Margaret Elizabeth Nelson come proposta di matrimonio, celebrato poi nel 1946.
Tra il '46 e il '62 Hanson fu attivo all'UNESCO, che gli commissionò Pastorale for Oboe and Piano e Pastorale for Oboe, Strings and Harp in occasione della conferenza mondiale del 1949.
Nel 1960 Hanson diede alle stampe il testo di teoria musicale "Harmonic Materials of Modern Music: Resources of the Tempered Scale".

Tra il '61 e il '62, portò in tournée in Europa l'ensemble di studenti Eastman Philharmonia, dimostrando lo sviluppo della musica colta americana. Anche dopo il suo ritiro dalla Eastman, Hanson continuò ad essere associato ad essa.
Fino al suo termine, la vita di Hanson fu dedicata alla direzione, alla composizione e alla scrittura. Le sue ceneri vennero rilasciate sulla Bold Island, dove egli compose la Bold Island Suite e molte altre composizioni.