Friday, November 18, 2022

Bloch Ernest


 
(Ginevra, 24 luglio 1880 – Portland, 15 luglio 1959)


Allievo di Jacques Dalcroze, rivelò precocissime doti musicali e si perfezionò in seguito a Bruxelles, Francoforte e Monaco. Fu a Parigi, poi insegnò al Conservatorio di Ginevra, e nel 1916 si trasferì negli Stati Uniti, dove rimase tutta la vita (ad eccezione di un soggiorno in Svizzera dal 1930 al '38), come insegnante ricercato e compositore di fama internazionale.

Ebreo, sentì profondamente l'appartenenza alla sua razza, e si orientò gradualmente verso uno stile musicale aderente allo spirito, alla storia e alla religione del suo popolo. Per questo moltissime sue composizioni hanno un riferimento diretto, anche nel titolo, al mondo di Israele, mentre dal punto di vista musicale sono sovente caratterizzate da un arcaismo intenzionale, che si rifà alle fonti del più antico canto popolare e sacro degli ebrei. Ne deriva anche un certo colorito orientaleggiante ed esotico, che a suo tempo impressionò notevolmente gli auditori europei ed americani. Se oggi gran parte della sua produzione è caduta nell'oblio, alcuni pezzi restano vivi nel repertorio a testimonianza di un talento musicale di prim'ordine. Bloch coltivò anche la musica vocale, non solo con un'opera lirica (il Macbeth, del 1910) ma anche con diverse composizioni corali a carattere sacro (come la sinfonia Israel e altro) e con buon numero di liriche. È autore anche di pregevole musica da camera (soprattutto per quartetto d'archi), di vari pezzi per violino e pianoforte e per pianoforte solo.



La sinfonia Israel è la prima delle due parti di una vasta composizione che doveva essere intitolata Feste ebraiche: ma sta benissimo a sé, tanto più che la seconda parte non fu mai scritta.

Il termine «sinfonia» non deve, naturalmente, far pensare alla forma classica. Si tratta di una composizione piuttosto ampia composta di una introduzione e di due episodi, collegati senza interruzione. L'introduzione evoca, si direbbe, una preghiera nel deserto, interrotta a metà da richiami barbarici, da rauchi squilli di fantastici ottoni, da grida convulse, da invocazioni disperate: poi a poco a poco tutto si calma, si placa, si spegne nel silenzio. Segue senza interruzione il primo episodio (Allegro agitato) ispirato alla festa del Yom Kippur; il gran digiuno. Risuonano accenti d'angoscia e di disperazione; succede una calma dalla quale si leva come il mormorio di una preghiera che iniziata come un mormorio si innalza, si esalta ad una intensità quasi di fanatismo; poi anche questa si placa in un silenzio misterioso dal quale si levano sommessi richiami, appelli. Ancora come un'onda di disperazione, di angoscia, poi tutto si spegne. Un breve periodo di transizione conduce al secondo episodio, ispirato alla festa di Succoth, la festa dell'autunno come si compiva or son millenni in Palestina. Sul tessuto strumentale si innestano voci discrete ed espressive in un mormorio sognante. Una implorazione ardente echeggia ancora: poi canti pastorali, atmosfera d'un vespero d'Oriente: le voci si allontanano, si perdono nella notte imminente — ed è in queste ultime pagine che la musica offre veramente l'immagine della pace e della serenità alle quali aspira ogni anima credente.