Wednesday, January 28, 2026

Caro libro ti scrivo - Lettera a Anna Karenina (Anna Karenina) - di Elisa Rubini

 

Caro libro ti scrivo

 

Lettera ad Anna Karenina ( Anna Karenina)

 

di Elisa Rubini

 

 


 

Cara Anna,


Non so bene come iniziare questa lettera. Ogni frase che scrivo mi sembra troppo piccola per raggiungerla, troppo fragile per sfiorare la sua storia. Forse perché non è una lettera destinata a una donna qualunque, né a qualcuno che possa rispondermi davvero. È per lei, che vive in un tempo elegante e crudele, e che da quando l’ho incontrata sulle pagine di Tolstoj non ha più smesso di guardarmi con quegli occhi pieni di desiderio e tormento.

 

Mi chiamo Elisa, e appartengo a un secolo diverso dal suo. Un secolo in cui non ci sono salotti sfarzosi, né balli illuminati da candele, né treni che tagliano la neve in silenzio. Eppure, nonostante tutto, le emozioni che ci governano non sono cambiate. Anche noi lottiamo ogni giorno per essere felici, per sentirci visti, per non soccombere sotto il peso di aspettative che spesso non abbiamo scelto. I nostri conflitti non si misurano con scandali mondani, ma con battaglie interiori che ci lasciano senza fiato.

 

Ripenso spesso alla sua prima comparsa nel romanzo: quel momento in cui entra nella sala, elegante, luminosa, come se portasse con sé un pezzo di mondo più vivo degli altri. E poi penso a tutto ciò che l’ha travolta dopo: l’amore, la passione, la paura di perdere sé stessa. Ogni volta che la rileggo, il cuore mi si stringe. È come vedere una persona incamminarsi su un sentiero bellissimo e pericoloso allo stesso tempo, sapendo già che non potremo fermarla.

 

Mi piacerebbe dirle che oggi le cose sono cambiate, che le donne non devono più scegliere tra il proprio cuore e il giudizio del mondo. Vorrei dirle che abbiamo imparato a essere indulgenti, a non condannare chi cerca la propria verità. Ma non sarebbe del tutto vero. Abbiamo solo spostato lo sguardo: ora la condanna passa attraverso commenti, sguardi, parole leggere solo in apparenza. Il nostro “salotto” è fatto di social, di immagini curate fino all’inganno, di ruoli che ci sentiamo obbligati a interpretare anche quando ci stanno stretti.

 

Forse lei non capirebbe questo mondo, o forse lo capirebbe fin troppo bene. Perché lei ha conosciuto ciò che molti di noi continuano a vivere: la lotta tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, tra il bisogno di amare e la paura di perdersi. Penso spesso alla sua vulnerabilità nascosta sotto il coraggio, al suo desiderio di essere vista non come un simbolo, ma come una donna vera, fatta di carne, emozioni, ferite.

 

Vorrei poter imparare da lei quella sincerità disarmante — quella capacità di sentire intensamente, anche quando il mondo chiede misura. Io, a volte, mi ripiego su me stessa quando il dolore bussa. Lei invece lo guardava in faccia, forse troppo, forse fino a bruciarci dentro. Ma c’è una purezza nel suo modo di amare, qualcosa che ancora oggi ci parla, come se tentasse di ricordarci che vivere davvero significa esporsi, rischiare, cadere.

 

La immagino nel nostro tempo. Forse vestita con abiti moderni, seduta su una panchina mentre osserva la vita scorrere. Le auto passerebbero veloci, le persone camminerebbero senza guardarsi. E lei, con quella sua malinconia elegante, noterebbe tutto: la madre che trattiene un sorriso stanco, il ragazzo che si aggiusta il cappotto per sembrare più sicuro di sé, la donna che abbassa lo sguardo per nascondere una ferita che nessuno vede. Lei capirebbe, come sempre. Perché aveva un dono raro: vedere oltre la superficie, anche quando nessuno lo faceva con lei.

 

È questo che mi ha insegnato: che la vita non è fatta per essere vissuta da spettatori. Che la felicità non è un premio, ma un atto di coraggio. Che non possiamo chiedere al mondo di capirci se prima non proviamo a capire noi stessi. Lei ha pagato un prezzo altissimo per la sua libertà, e il suo dolore continua a parlarci con un’intensità che nessun tempo riuscirà mai a spegnere.

 

Se potessi stringerle la mano, le direi che non è ricordata per il suo errore, né per la sua caduta. È ricordata per la sua verità. Per quella sua ostinata bellezza interiore che nessun giudice, nessuna società, nessun destino è riuscito davvero a cancellare. Lei vive ancora perché ci mostra ciò che siamo quando smettiamo di fingere.

 

E se un giorno dovesse dubitare del senso della sua storia, le direi questo: il suo cielo non è scomparso. È lo stesso che vedo quando chiudo gli occhi e cerco un momento di pace. Ogni volta che qualcuno ascolta il proprio cuore, anche solo per un istante, lei torna a camminare tra noi.

 

Con gratitudine, e un dolore dolce che le appartiene.

 

 

 

Elisa