Caro libro ti scrivo
Lettera ad Anna Karenina ( Anna Karenina)
di Elisa Rubini
Cara Anna,
Non so bene come iniziare questa lettera. Ogni frase che scrivo mi sembra troppo piccola per raggiungerla, troppo fragile per sfiorare la sua storia. Forse perché non è una lettera destinata a una donna qualunque, né a qualcuno che possa rispondermi davvero. È per lei, che vive in un tempo elegante e crudele, e che da quando l’ho incontrata sulle pagine di Tolstoj non ha più smesso di guardarmi con quegli occhi pieni di desiderio e tormento.
Mi chiamo Elisa, e appartengo a un secolo diverso dal suo. Un secolo in cui
non ci sono salotti sfarzosi, né balli illuminati da candele, né treni che
tagliano la neve in silenzio. Eppure, nonostante tutto, le emozioni che ci
governano non sono cambiate. Anche noi lottiamo ogni giorno per essere felici,
per sentirci visti, per non soccombere sotto il peso di aspettative che spesso
non abbiamo scelto. I nostri conflitti non si misurano con scandali mondani, ma
con battaglie interiori che ci lasciano senza fiato.
Ripenso spesso alla sua prima comparsa nel romanzo: quel momento in cui
entra nella sala, elegante, luminosa, come se portasse con sé un pezzo di mondo
più vivo degli altri. E poi penso a tutto ciò che l’ha travolta dopo: l’amore,
la passione, la paura di perdere sé stessa. Ogni volta che la rileggo, il cuore
mi si stringe. È come vedere una persona incamminarsi su un sentiero bellissimo
e pericoloso allo stesso tempo, sapendo già che non potremo fermarla.
Mi piacerebbe dirle che oggi le cose sono cambiate, che le donne non devono
più scegliere tra il proprio cuore e il giudizio del mondo. Vorrei dirle che
abbiamo imparato a essere indulgenti, a non condannare chi cerca la propria
verità. Ma non sarebbe del tutto vero. Abbiamo solo spostato lo sguardo: ora la
condanna passa attraverso commenti, sguardi, parole leggere solo in apparenza.
Il nostro “salotto” è fatto di social, di immagini curate fino all’inganno, di
ruoli che ci sentiamo obbligati a interpretare anche quando ci stanno stretti.
Forse lei non capirebbe questo mondo, o forse lo capirebbe fin troppo bene.
Perché lei ha conosciuto ciò che molti di noi continuano a vivere: la lotta tra
ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, tra il bisogno di amare e la paura di
perdersi. Penso spesso alla sua vulnerabilità nascosta sotto il coraggio, al
suo desiderio di essere vista non come un simbolo, ma come una donna vera,
fatta di carne, emozioni, ferite.
Vorrei poter imparare da lei quella sincerità disarmante — quella capacità
di sentire intensamente, anche quando il mondo chiede misura. Io, a volte, mi
ripiego su me stessa quando il dolore bussa. Lei invece lo guardava in faccia,
forse troppo, forse fino a bruciarci dentro. Ma c’è una purezza nel suo modo di
amare, qualcosa che ancora oggi ci parla, come se tentasse di ricordarci che
vivere davvero significa esporsi, rischiare, cadere.
La immagino nel nostro tempo. Forse vestita con abiti moderni, seduta su
una panchina mentre osserva la vita scorrere. Le auto passerebbero veloci, le
persone camminerebbero senza guardarsi. E lei, con quella sua malinconia
elegante, noterebbe tutto: la madre che trattiene un sorriso stanco, il ragazzo
che si aggiusta il cappotto per sembrare più sicuro di sé, la donna che abbassa
lo sguardo per nascondere una ferita che nessuno vede. Lei capirebbe, come
sempre. Perché aveva un dono raro: vedere oltre la superficie, anche quando
nessuno lo faceva con lei.
È questo che mi ha insegnato: che la vita non è fatta per essere vissuta da
spettatori. Che la felicità non è un premio, ma un atto di coraggio. Che non
possiamo chiedere al mondo di capirci se prima non proviamo a capire noi
stessi. Lei ha pagato un prezzo altissimo per la sua libertà, e il suo dolore
continua a parlarci con un’intensità che nessun tempo riuscirà mai a spegnere.
Se potessi stringerle la mano, le direi che non è ricordata per il suo
errore, né per la sua caduta. È ricordata per la sua verità. Per quella sua
ostinata bellezza interiore che nessun giudice, nessuna società, nessun destino
è riuscito davvero a cancellare. Lei vive ancora perché ci mostra ciò che siamo
quando smettiamo di fingere.
E se un giorno dovesse dubitare del senso della sua storia, le direi
questo: il suo cielo non è scomparso. È lo stesso che vedo quando chiudo gli
occhi e cerco un momento di pace. Ogni volta che qualcuno ascolta il proprio
cuore, anche solo per un istante, lei torna a camminare tra noi.
Con gratitudine, e un dolore dolce che le appartiene.
Elisa
