(Imperia, 24 ottobre 1925 – Roma, 27 maggio 2003)
Nato in una famiglia di tradizioni musicali ad Oneglia, in Liguria nel 1925, Luciano Berio ha iniziato gli studi musicali col padre Ernesto. Nel 1945 si è trasferito a Milano dove ha studiato composizione con Paribeni e Ghedini e direzione d'orchestra con Giulini e Votto, presso il Conservatorio Giuseppe Verdi, formandosi sulla musica radicale della prima metà del secolo non meno che sui classici. Nel 1951 Berio segue i corsi di Dallapiccola negli Stati Uniti: il talento del compositore s'affina, orientandosi verso la creazione di strutture musicali ipercomplesse, secondo i dettami di una polifonia totale, privilegiando le qualità plastiche della materia sonora e dando vita ad opere in cui si intrecciano con grande abilità innumerevoli linee orchestrali e vocali. A questo periodo risalgono le prime composizioni elettro-acustiche in cui Berio sperimenta le potenzialità del rapporto suono-parola. Seguono le ricerche sulle combinazioni ritmico-agogiche complesse, per passare poi alle esplorazioni della vocalità femminile nella sua dimensione fonetica, semantica e psicologica, per approdare a una concezione della musica intesa come drammaturgia musicale. L'indagine sulla materia sonora intesa come suono, timbro e movimento nutre la serie delle Sequenze, ciascuna per un diverso solista, che Berio ha composto dagli anni 50 ad oggi. Le Sequenze rivelano la vocazione del Maestro a rimettersi continuamente in gioco, a non considerare mai una creazione veramente finita.
La ricerca di Berio si è svolta nel segno di una continuità tra passato e presente, nutrendo la propria musica da fonti eterogenee: musica, letteratura, linguistica, antropologia strutturale, etnomusicologia. La necessità di sperimentare nuovi linguaggi, scoprendo il potenziale nascosto in ogni forma sonora, conduce Berio a rivisitare i canti popolari, si ispira alle grida dei venditori ambulanti, reinterpreta i Beatles, ripensa i materiali classici da Monteverdi a Puccini. Tale atteggiamento trova in Sinfonia la sua espressione più piena.
La produzione degli anni 70 e 80 si distingue per l'importanza crescente attribuita dal Maestro alla musica vocale. Il percorso artistico trova il suo sbocco naturale nel teatro musicale, in forme che presuppongono e negano al tempo stesso la grande tradizione operistica. La curiosità per ogni categoria musicale si è manifestata in ogni aspetto della sua molteplice attività. Nel 1954 ha fondato e diretto con Bruno Maderna lo Studio di Fonologia Musicale presso la RAI di Milano. Nel 1956 ha fondato la rivista Incontri Musicali. Didatta carismatico, Berio ha insegnato dal 1965 al 1972. Dal 1973 al 1980 ha diretto il dipartimento elettroacustico dell'IRCAM di Parigi e nel 1987 ha fondato il Centro Tempo Reale di Firenze.
Nel 2000 è stato eletto presidente dell'Accademia di Santa Cecilia.
Si è spento a Roma il 27 maggio 2003.
Epifanie
per mezzosoprano e orchestra (1959-1961; 1965)
Epifanie, composto dal 1959 al 1961 e rivisto nel 1965, è costituito da un ciclo di sette pezzi strumentali che viene interpolato da un ciclo di cinque brani vocali. I testi dei brani vocali (un montaggio di citazioni proposto da Umberto Eco) sono tratti da Proust, Joyce, Antonio de Machado, Claude Simon e Brecht. C’è però un testo che è legato all’inizio di un pezzo orchestrale: è una breve poesia di Sanguineti tratta da Triperuno.
I due cicli possono combinarsi tra loro in vari modi. I brani orchestrali possono essere eseguiti da soli seguendo ordini diversi (Quaderni per orchestra). I pezzi vocali possono essere invece eseguiti solo come epifanie nel flusso variabile del percorso orchestrale. I nessi e i contenuti dei testi potranno quindi apparire in una luce diversa a seconda della loro posizione nel ciclo strumentale. L’ordine scelto metterà in evidenza la loro diversità o la loro latente continuità (l’immagine dell’albero, per esempio, è un tema ricorrente). In maniera analoga, un certo ordine di successione dei brani orchestrali potrà evidenziare le costanti strutturali (per esempio le «rime» armoniche), mentre un altro ordine farà risaltare le divergenze. Io preferisco una distribuzione dei pezzi orchestrali che metta in rilievo le divergenze, e una distribuzione dei brani vocali che suggerisca invece un passaggio graduale da una situazione poetica orientata verso la trasfigurazione della realtà a una registrazione pressante dei ricordi e alla descrizione disincantata delle cose. Ultimi, i versi di Brecht, che non hanno nulla dell’epifania, sono il grido di rimpianto e di angoscia con cui Brecht avverte che talvolta bisogna rinunciare al fascino della parola poetica: quando essa, con la contemplazione, comporti il rischio del silenzio e quando suoni come un invito a isolare l’evento nella visione, dimenticando i nessi che quell’evento legano al mondo che i nostri atti costruiscono.