«Mi sembra perplesso, signor ispettore.»
Il funzionario di polizia si tolse gli occhiali e mi guardò ancora più stupito.
«Perché, secondo lei, non dovrei?» mi domandò.
«Non so, forse un poco sì; forse non sono stato del tutto chiaro…»
«Se è per questo, è stato chiarissimo: lei ha fatto un sogno, ma sostiene che non è suo. È così?»
«Esatto.»
«E allora?»
«Come allora? Il sogno, torno a ripetere, non è mio; questo è molto importante, e io…»
«E lei non vuole appropriarsene. È molto onesto da parte sua. Ma, vede, qui noi non trattiamo i diritti d’autore, per lo meno non quelli che riguardano la proprietà, diciamo così, onirica.»
Ridacchiò, compostamente come si conviene ad un britannico, ma ridacchiò.
«Signor ispettore, in altre circostanze sarei stato in grado di apprezzare il suo delicato sense of humour» mi permisi di osservare «ma qui si tratta di una cosa molto seria, si tratta di un omicidio, ed io sono l’assassino.»
«Nei sogni, prima o poi, siamo tutti criminali» disse l’ispettore a mo’ di sentenza. E questa specie di epifonema dovette sembrargli una buona conclusione perché si accinse ad alzarsi, indicando così che il nostro colloquio poteva considerarsi terminato.
«Ma nel sogno ho ucciso Pamela Winters» ripresi, ignorando l’indicazione.
L’ispettore restò a mezz’aria, poi lentamente si rimise a sedere.
Mi scrutò.
«Conosce Pamela Winters?» domandò.
«No.»
«Strano.»
Parve riflettere. Improvvisamente, come illuminato:
«Ah!» disse «ho capito, lei certamente avrà visto su qualche giornale di ieri la fotografia di questa ragazza scomparsa tre giorni fa e…»
«In effetti è così» lo interruppi «mi ha colpito il suo viso, che mi ricordava appunto…»
«Vede…»
«Ma il fatto è che questa ragazza è stata ammazzata, e in modo orrendo.»
«E che cosa glielo fa supporre?»
«Ma il sogno. Appunto il sogno che non mi appartiene.»
«Lasciamo stare questa storia dell’appartenenza» riprese l’ispettore «a noi la