Il fascino dei personaggi imperfetti
Don Fabrizio Corbera e la dignità del declino
di Elisa Rubini
Ci sono uomini che non cercano di cambiare il mondo, ma lo attraversano in
silenzio, come chi sa che tutto passa.
Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, è uno di loro.
Non lotta contro il tempo, lo osserva scorrere con occhi lucidi,
consapevoli.
Non c’è rabbia nei suoi gesti, ma una malinconia dolce, quasi una carezza
alla fine di un’epoca.
Dentro la sua calma si nasconde il peso del sapere.
È l’uomo che comprende tutto e per questo tace.
Sotto l’eleganza del portamento, sotto la voce ferma, c’è la stanchezza di
chi ha visto svanire la propria grandezza.
Non c’è sconfitta in lui, solo una dignità antica, una fierezza che si
misura nei silenzi.
A volte sembra distante, ma non è disinteresse.
È il modo di chi ha imparato a guardare da lontano per non farsi
travolgere.
Osserva gli altri e capisce più di quanto dica.
Nel suo sguardo c’è un’intera Sicilia che cambia, e lui, al centro, accetta
di diventare spettatore.
Le sue contraddizioni
Don Fabrizio vive diviso tra ciò che crede e ciò che sente.
Ama la scienza, la precisione, la verità dei numeri, ma resta legato alla
terra, ai profumi e ai riti della sua casa.
Vorrebbe spiegare tutto con la logica, ma sa che la vita non obbedisce alle
formule.
In lui convivono l’uomo moderno e il nobile antico, il pensatore e il
sognatore.
Quando osserva Tancredi, vede la nuova generazione, quella che cambia pelle
con leggerezza.
Lo guarda con affetto e con malinconia, come si guarda un figlio che sta
andando dove tu non puoi più arrivare.
Capisce che il futuro è di altri, e che il suo compito è solo accompagnare
la fine con grazia.
Il suo distacco non è freddezza: è la forma più alta di lucidità.
Cosa ci insegna la sua fragilità
La fragilità di Don Fabrizio è quella dell’uomo che sa.
Sa che non si può fermare il tempo, e sceglie di attraversarlo senza paura.
Il suo silenzio è pieno di senso: è la voce di chi ha accettato di perdere
senza smettere di amare.
Ci insegna che non serve vincere per essere forti.
Che la forza, a volte, è proprio nel lasciar andare.
Il declino può essere elegante, se lo si vive con verità.
Non è rassegnazione, ma saggezza.
E nel suo passo lento, nel modo in cui guarda il cielo e misura le stelle,
si intuisce che anche la fine può avere una sua bellezza.
La lezione che resta
Forse amiamo Don Fabrizio perché ci riconosciamo nella sua resa lucida.
Tutti, prima o poi, assistiamo alla fine di qualcosa.
Un amore, un sogno, un tempo che non ci appartiene più.
E come lui, impariamo che non c’è vergogna nel cambiare, nel restare fermi
mentre il mondo corre.
Le sue imperfezioni lo rendono umano.
Il suo orgoglio lo tiene in piedi, ma è la sua dolce malinconia che lo
rende vero.
Don Fabrizio ci ricorda che la vita non si aggiusta, si accetta.
E che anche quando tutto sembra tramontare, resta un filo di luce: quella
che illumina chi sa guardare senza più temere.